L’ultima volta che Calvin Harris ha messo piede su un palco italiano il mondo era un posto diverso. Era l’estate del 2013, l’Edm stava vivendo il suo momento d’oro e il dj scozzese si esibiva sotto la piramide del Cocoricò di Riccione, tempio della musica techno. Tredici anni dopo (un’era geologica, se misurata in battiti per minuto) il produttore da più di cinquanta miliardi di stream torna in Italia. Lo fa il 30 maggio, scegliendo il festival che, proprio nel 2013, muoveva i suoi primi passi tra le montagne lecchesi: il Nameless.
Dopo gli anni di crescita in Brianza, ad Annone, dal 30 maggio al 1 giugno il Nameless torna al Bione di Lecco. Dieci ettari di spazio incastonati tra le pareti verticali delle Prealpi e il ramo del lago di Como. Non si tratta di una semplice operazione nostalgia, ma di una scelta che risponde a un pragmatismo tutto lariano. Alberto Fumagalli, l’uomo dietro la complessa macchina organizzativa del Nameless, lo ha capito subito: la crescita di un evento di questa portata non è solo una questione di metri quadri, ma di connessioni e infrastrutture. Il trasloco offre nuove soluzioni logistiche, tra cui due stazioni ferroviarie a portata di passi, una rete di trasporti pubblici potenziata e una ricettività alberghiera che solo una città può offrire a un pubblico internazionale. A questo, si aggiunge la suggestione quasi cinematografica di arrivare al festival via acqua, utilizzando il lago come una vera e propria via di comunicazione, oltre che come cornice estetica.
L’ultima volta al Bione, nel 2014, i partecipanti erano circa tremila al giorno. Lo scorso anno sono state registrate novantamila presenze complessive, spalmate su tre giornate. Numeri che hanno reso il trasloco a Lecco un’ipotesi concreta già al termine della passata edizione, innescando un acceso dibattito politico. Fratelli d’Italia vedeva nel ritorno a casa un’opportunità irripetibile di marketing territoriale. Il pubblico, infatti, non si limita a consumare l’evento, ma abita il territorio, come confermato dai dati Airbnb che registrano crescite proprio nel distretto lecchese. D’altra parte, Forza Italia aveva avanzato timori legati al caos logistico e alla sicurezza. Oggi la domanda resta centrale: Lecco può sostenere il nuovo Nameless? Una città di 45.000 abitanti è in grado di reggere l’urto senza uscirne travolta? C’è da dire – e lo aveva ricordato Alberto Fumagalli – che Barzio, negli anni, era stata capace di accogliere un flusso di pubblico pari a 15 volte la popolazione residente.
Altra scommessa dell’edizione 2026 è la Lake Como Music Week. Dal 26 maggio Lecco si trasforma in un palcoscenico diffuso, uscendo dai confini fisici dell’area concerti. Talk, showcase e set acustici sparsi tra piazze e locali trasformeranno la musica in un elemento che non invade la città, ma la abita. L’obiettivo è portare l’atmosfera internazionale del festival fuori dai cancelli del main stage.
Il Nameless 2026 non è più solo il festival della Brianza, ma un distretto culturale che non dorme mai. Lo ha dimostrato la Winter Edition a Barzio, che ha portato la leggenda Axwell (membro dei Swedish House Mafia) in Valsassina, confermando che il brand ormai vive di vita propria oltre la stagione estiva. Con una lineup colma di rappresentanti della scena elettronica (come Fisher e John Summit) e urban (come Nerissima Serpe), il festival si prepara a una prova del fuoco identitaria. Il 30 maggio, quando le prime frequenze rimbalzeranno contro le pareti di roccia del Resegone, sapremo se il cerchio si è chiuso davvero.





