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La fede in Italia: mappa religiosa dello Stivale

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Il cattolicesimo rimane la religione prevalente in Italia, ma negli ultimi anni si è assistito a una crescente diversificazione dei culti presenti nel Paese. A questo cambiamento, però, non è corrisposta un’evoluzione delle politiche e della cultura dell’integrazione.

Per la maggior parte delle persone presenti in Italia, il 10 aprile 2024 è stato un mercoledì qualsiasi. Nessuna ricorrenza ufficiale, nessun motivo particolare da segnare sul calendario. Per la scuola Iqbal Masih di Pioltello (Milano), invece, è stato un giorno di chiusura. Non per scioperi, né per allerte meteo. La scuola – che accoglie bambini e ragazzi dai tre ai quattordici anni – aveva deciso di sospendere le attività didattiche in occasione della fine del Ramadan. Una festività non riconosciuta dal calendario scolastico nazionale, ma significativa per una parte rilevante degli studenti e delle loro famiglie.

Il 43 per cento degli alunni della scuola è infatti di religione musulmana. Il caso si diffonde velocemente sulle cronache nazionali, uscendo con velocità dalla dimensione locale per diventare oggetto di un dibattito innescato soprattutto dalla destra del governo in carica.

Per Yahya Pallavicini, imam della Moschea al-Wahid di Milano, il caso è «abbastanza complesso». «Si tratta di una iniziativa collegiale presa dalla direzione scolastica in autonomia e, dunque, nella piena facoltà di decidere come gestire l’offerta formativa». spiega. «Questa decisione, però, è stata oggetto di un’azione politica e istituzionale di richiamo. Una scelta legittima, che andava in un’ottica di integrazione, mentre l’ingerenza del ministro dell’Istruzione [il leghista Giuseppe Valditara, ndr] è stata abbastanza autoritaria e ha fatto prevalere interpretazioni politiche restrittive sia per quanto riguarda l’autonomia scolastica, sia per la situazione dei musulmani». Nei prossimi anni, dibattiti simili a questo potrebbero farsi sempre più frequenti: l’intero paesaggio religioso italiano è in mutamento da tempo e, dopo quella cattolica, la comunità musulmana è la più numerosa in Italia. 

«Dal 1980 ad oggi siamo diventati una società plurireligiosa», spiega il sociologo Enzo Pace. «Eravamo un Paese a prevalenza cattolica, con minoranze storiche come i valdesi, i metodisti e le comunità ebraiche. Oggi, in Italia sono presenti tutte le più grandi religioni del mondo. Attraverso i flussi migratori sono arrivati uomini e donne che si sono organizzati e hanno dato vita a nuove comunità religiose».

Islam, ortodossia, buddismo, induismo, cristianesimi pentecostali: le religioni in Italia sono molte, ma le informazioni sono poche. Qual è il paradosso? «Che non abbiamo dati che ci dicano quante siano  le persone che praticano, che frequentano i luoghi di culto, che hanno un’impostazione della propria vita fondata sulla religione», commenta Pace. «Dobbiamo farci bastare stime grossolane. Possiamo però dire che ci sono circa due milioni di musulmani, molte persone che gravitano nel mondo delle chiese ortodosse, circa duecento comunità buddhiste, di cui una parte frequentate da italiani, e poi piccole comunità induiste nella valle Padana, oltre a circa ottantamila, anche di seconda e terza generazione».

L’unico dato un po’ più affidabile, precisa Pace, risale a oltre dieci anni fa ed è quello sui luoghi di culto. «I luoghi di culto danno un’idea della diffusione delle religioni in Italia. Le comunità musulmane e le parrocchie ortodosse sono diffuse in tutto il territorio italiano, mentre i sikh sono molto concentrati nella valle Padana, nel Lazio e in Basilicata, dove lavorano soprattutto nell’agricoltura».

Nel 2000, le parrocchie ortodosse erano settanta. Oggi sono più di 480. «Appartengono in gran parte alle comunità rumena, moldava e ucraina, ma ci sono anche chiese serbe, macedoni, kosovare, russe. E poi le chiese ortodosse africane, come quella etiope, presente anche con due piccoli monasteri nel Bresciano. Ovviamente, le differenze e i conflitti interni al mondo ortodosso si riproducono anche qui: quando parliamo di chiese ucraine, possiamo intendere sia quelle legate al patriarcato di Mosca sia quelle che se ne sono staccate dopo la guerra».

I centri di preghiera musulmani sono circa ottocento. «Di moschee vere e proprie, in senso architettonico e religioso, ce ne sono solo dieci. Le altre sono centri di preghiera gestiti da associazioni culturali, perché non esiste una legge chiara su come si possa destinare un luogo al culto. I governi, anche quelli passati, non si decidono a regolamentare questa realtà con un’intesa che riconosca l’Islam italiano».

I templi sikh erano trentasette nel 2000, oggi sono sessanta o poco più, alcuni in condizioni precarie. I templi induisti sono tre. «Sono ancora piccoli», spiega Pace, «ma interessanti. Sorgono in paesi, non in città. A Pegognaga, in provincia di Mantova, in mezzo alla pianura, c’è un tempio che ospita circa cinquecento persone».

C’è poi il buddismo di origine migrante, che si affianca a quello frequentato da italiani convertiti. «Una parte di queste comunità arriva dallo Sri Lanka e dalla Cina. A Prato e a Roma ci sono templi importanti, frequentati da cinesi. In alcuni casi, come nella città toscana, il culto è controllato dallo Stato cinese. Ma sono comunque luoghi di preghiera, diversi da quelli a cui siamo abituati».

Infine, le forme di cristianesimo pentecostale arrivate dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina. «Ci sono strutture simili a chiese, ma anche auditorium dove si fanno performance di guarigione o di esorcismo. Sono presenti tra le comunità nigeriane, ghanesi, brasiliane, anche se se ne parla poco».

Secondo gli ultimi dati di Istat e Caritas Migrantes, le persone di origine migrante sono circa cinque milioni. A queste vanno aggiunti i loro figli e figlie nati in Italia. «Giovani che probabilmente si sentono italiani, ma portano con sé una fede ereditata dalla famiglia. È un elemento nuovo, poco studiato, ma sarà decisivo. Rappresenta il futuro di un Paese come il nostro».

Un futuro che non riguarda solo le grandi città. «Ci sono studi su Torino, Roma, Bologna, Palermo. Ma la particolarità italiana è che questa pluralità religiosa si è diffusa anche nei piccoli centri industriali. Arzignano, nel vicentino, ha il 20 per cento di popolazione immigrata. E lì ci sono due templi sikh, quattro parrocchie ortodosse, un tempio induista, piccole chiese pentecostali. C’è tutto il mondo e, dentro quel mondo, ci sono tutte le religioni».

La scuola, in molti casi, è lo specchio di questo cambiamento. «Spesso le scuole restano aperte solo perché ci sono studenti figli di migranti, altrimenti sarebbero già chiuse. Ma questo impone agli insegnanti di confrontarsi con culture, lingue, simboli. Per chi insegna religione cattolica, ad esempio, è sempre più difficile parlare solo di cattolicesimo. Bisogna ripensare il modo di insegnare religione. C’è una discussione anche sulla catechesi. Si parla di introdurre una storia o una cultura delle religioni, qualcosa che riesca a parlare alle diverse appartenenze culturali e religiose presenti in Italia», dice Pace.

Il panorama è cambiato. Sta cambiando. E come dimostra la decisione della scuola Iqbal Masih, a volte basta un giorno di chiusura per farlo venire a galla.

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