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A Palermo l’ospitalità diventa comunità

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Con Mojo Cohouse e Caravanserai, Giuseppe Arici ha costruito un modello di accoglienza che va oltre il turismo tradizionale: appartamenti condivisi, eventi musicali, laboratori e scambi culturali diventano strumenti per mettere in relazione chi arriva nella città e chi la vive ogni giorno

«Il caravanserraglio è una struttura che di solito si trova nel deserto, dove i viandanti e le carovane si fermano, scambiano merci, mangiano insieme, condividono. Questa era una metafora forte per quello che volevamo fare: creare un punto d’incontro tra viaggiatori e comunità locale, scambiare saperi, esperienze, storie». Giuseppe Arici, palermitano doc di formazione architetto, è il fondatore di Mojo Cohouse, una realtà di co-housing nel centro storico del capoluogo siciliano che, con l’associazione culturale Caravanserai, vuole unire accoglienza turistica e vita locale attraverso la cultura, soprattutto la musica.

Dopo gli studi nella sua città d’origine, Giuseppe – conosciuto da tutti come Gigio – ha deciso di trasferirsi a Berlino per lavorare, con l’idea che probabilmente non sarebbe più tornato. «Verso la fine del 2012 ero ancora a Berlino, anche se non stavo più lavorando in nessuno studio in quel momento. La scusa per tornare a Palermo è stato l’acquisto da parte di mio padre di un palazzo in centro storico. Mi chiese: “Perché non torni, mi dai una mano, mi aiuti a seguire il cantiere?”. Ci ho pensato. Avevo la sensazione di trovarmi davanti a un bivio: se me ne fossi andato davvero da Berlino, probabilmente non sarei più tornato. Quando facevo l’università pensavo che avrei lasciato Palermo per sempre. Invece, in quel momento, ho sentito che dovevo capire se volessi stare fuori oppure no». Così ha iniziato a seguire il cantiere del padre, che aveva un’idea molto semplice: fare affitti lunghi per famiglie. «Quando mi sono trasferito a Berlino avevo avuto molte difficoltà a trovare una casa per un lungo periodo, infatti ho fatto sei traslochi in nove mesi. Così mi sono ritrovato a fare esperienze di co-living informali, ad esempio come couch-surfer. Mi piaceva ospitare persone, conoscere viaggiatori, ascoltare le loro storie. In questo periodo sono entrato in contatto con molte forme abitative diverse come anche gli house project: non semplici case condivise, ma progetti abitativi in cui ci si dividevano compiti, responsabilità, spazi e una certa filosofia di vita comune. Da qui è sorta l’idea della condivisione degli spazi con altre persone, perché mi era piaciuto molto. All’inizio è nato tutto in modo abbastanza spontaneo: volevo mescolare cultura e turismo. In quel periodo avevo anche capito di non voler fare l’architetto che progetta palazzi: mi interessava progettare arredi di riciclo e lavorare sul design, su qualcosa di più concreto e creativo».

Da qui a Giuseppe è nata l’idea di aprire un’associazione, Caravanserai, e in parallelo mettere a frutto gli spazi che aveva a disposizione. Così ha iniziato ad affittare stanze e piccoli appartamenti a viaggiatori per brevi periodi, scegliendo però anche di vivere questi luoghi con persone che volevano restare più a lungo: pagavano una quota simbolica e facevano parte dell’associazione. L’idea di questa prima fase era che chiunque entrasse nel co-housing contribuisse attivamente con laboratori di riciclo, arte, cucina, musica.

«Mi è piaciuta la sfida di stare nella mia città. All’inizio, quando sono tornato da Berlino, avevo paura di chiudermi in una dimensione provinciale e di perdere il contatto con l’Europa. Era il periodo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, e Palermo era molto diversa. Era un terreno vergine, uno spazio della possibilità: non funzionava quasi niente e proprio per questo sembrava esserci spazio per inventare. Mi dicevo: se si lavora in un certo modo, i viaggiatori possono essere interessati a venire qui; Palermo può essere una meta turistica. Ma che turismo vogliamo proporre? Il turismo mordi e fuggi o un turismo più responsabile?».

La dimensione musicale è stata presente fin dall’inizio in questo progetto: le jam erano spesso uno degli eventi attorno a cui ruotavano la socialità sia di Mojo che di Caravanserai. Tra le persone che arrivavano, in molti decidevano di restare. «Anni fa un ragazzo romagnolo, che faceva il cuoco, era venuto per caso a una jam ed è poi tornato a Palermo proprio per fare parte del progetto. Faceva laboratori di cucina e, durante gli eventi, preparava una zuppa buonissima: la gente la prendeva e lasciava un contributo. Erano tutte attività a corollario della promozione della musica, della cultura e dell’incontro». Dopo qualche anno di attività, però, Giuseppe si è reso conto che questo modello non stava funzionando. Un modello «un po’ fricchettone» – come lo ha definito – che dal punto di vista economico non era sostenibile.

Nel corso degli anni, il modello inizialmente pensato da Gigio è cambiato e ha assunto forme diverse, cercando di imparare dagli errori del passato, pur tenendo sempre a mente la missione con cui era nato: creare uno spazio di socialità tra turisti e palermitani attraverso la cultura. «Non avevo pensato tutto dall’inizio, molte cose sono nate anche dall’incontro con le persone e dagli errori fatti. Tutto ciò che abbiamo fatto nei nostri spazi è sempre stato coerente con quello spirito che si può appunto riassumere nei nomi scelti sia per l’associazione – Caravanserai – che per il bed and breakfast, Mojo, che significa “cavalcare il caos”». L’idea chiara fin da subito a Giuseppe era quella di mescolare la gente del quartiere con artisti e viaggiatori che venivano da fuori, così da creare un’esperienza che potesse arricchire i turisti – che avevano così la possibilità di vivere Palermo entrando in contatto con i suoi abitanti – e creare per gli abitanti spazi di cultura e scambio anche a livello internazionale.

Anche le due realtà di Caravanserai e Mojo Cohouse sono state divise in maniera sempre più netta. «Di fatto, il bed and breakfast era una cosa gestita a parte, ma beneficiava della presenza dello spazio culturale di Caravanserai. C’erano ancora jam session e attività di artigianato a cui partecipavano gli ospiti del bed and breakfast. Tramite contatti artistici facevamo residenze informali: ospitavamo gratuitamente artisti, performer, street artist, musicisti, che facevano eventi o performance in giro per tutta la città».

Ad oggi, Mojo è composto di dodici unità: piccoli o medi appartamenti che molto spesso condividono spazi comuni, come la cucina. All’ultimo piano del palazzo c’è una terrazza grande, luogo di incontri e scambi tra gli ospiti, mentre al piano di sotto si trova uno spazio che viene gestito dall’associazione Caravanserai. I dipendenti del bed and breakfast sono due: Inke, tedesca, e Andres, musicista argentino. Mojo si trova sulla piattaforma di Workaway e al momento ospita da una a tre persone alla volta. I volontari hanno profili molto diversi, vengono da tante parti del mondo e sono quasi sempre interessati alla cultura. Aiutano Mojo con check-in, registrazioni e gestione degli ospiti, mentre quando c’è un evento dell’associazione danno una mano con bar, allestimento, gestione degli spazi. «L’idea del workaway mi piace perché recupera lo spirito iniziale dello scambio: ospitalità in cambio di lavoro, al di là dello scambio monetario. E funziona molto bene quando nascono buone relazioni».

La struttura del luogo, l’idea di scambio con cui nascono tanti progetti artistici ha portato a creare connessioni che sono durate nel tempo, oltre le distanze. «Una volta mi ha chiamato un chitarrista americano che era stato nostro ospite qualche anno prima per dirmi che si sposava con una ragazza francese conosciuta al Mojo, quando condividevano la cucina. Ci sono diverse storie così, anche persone che si sono conosciute e innamorate alle jam».

La musica in questo progetto ha un ruolo centrale che, come sottolinea Gigio, è nato dalla sua esigenza personale di ricominciare a suonare con gli amici. «Credo molto nella musica come strumento di comunicazione. Ti insegna ad ascoltare: se non ascolti non è musica, è solo fare casino. Nella jam vedo una dimensione sociale e trasformativa. La nostra jam vuole essere inclusiva: non mette barriere del tipo “tu non sei abbastanza bravo”. Però ha anche delle regole: sei benvenuto a suonare ma devi ascoltare gli altri, rispettare lo spazio dell’ascolto, capire il tempo dell’altro e provare a metterti sul suo tempo».

Il progetto di Gigio si inserisce in una città come Palermo, ricca di situazioni associative spesso legate al mondo della migrazione, ma con una differenza: cercare di essere il più accogliente possibile, senza posizionamenti politici né abbracciando una causa specifica. L’obiettivo è quello di creare comunità, connettendo persone da diverse parti del mondo attorno alla musica.

«Non mi considero capace di cambiare le dinamiche di Palermo, che ha sicuramente dei problemi. Però nel mio piccolo ho cercato di fare la mia parte, per rendere la città che amo un posto migliore. Le trasformazioni urbane ed economiche avvengono, che tu lo voglia o no. Non puoi controllarle, però puoi provare a posizionarti in modo da accompagnarle in una direzione piuttosto che in un’altra. Invece di vendere spritz a sette euro, puoi provare a creare spazi di incontro. Non sfruttare il turismo in modo estrattivo, ma usarlo per migliorare l’esperienza di chi arriva e la consapevolezza di chi vive qui».

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