Samir* ha iniziato a fare uso di droghe da quando è arrivato in Italia; una risposta ai traumi subiti durante la permanenza in Libia. Anche perché aveva l’impressione che quel lungo viaggio fosse servito a ben poco. Si sentiva solo e sua madre, quando riusciva a chiamarla, era in pensiero per lui. Non aveva un lavoro, si sentiva trattato come un bambino e sentiva schiacciante la pressione di non star mandando neanche un euro alla sua famiglia. Samir ha scoperto anche gli psicofarmaci, che alleviano tutto: la notizia di quei siti che forniscono false prescrizioni è arrivata senza nemmeno chiedere.
Secondo il sesto rapporto dell’Osservatorio nazionale sui minori stranieri non accompagnati (Msna) del Centro studi di politica internazionale (Cespi), l’uso delle sostanze psicotrope – così come di alcol e psicofarmaci – da parte dei minori stranieri che arrivano in Italia è agevolato da due barriere strutturali: un sistema istituzionale che fatica a garantire risposte personalizzate e un contesto socioeconomico che ogni giorno evidenzia opportunità limitate e difficoltà di inserimento e appartenenza. La fuga negli stupefacenti è la risposta più immediata, che però porta a una reazione a catena.
Samir è riuscito a fuggire dal centro di accoglienza. Sente di aver deluso la sua operatrice preferita, ma la sensazione di impotenza data dall’impossibilità di lavorare ha prevalso. È a Milano, stazione Centrale. È proprio nelle stazioni che le reti criminali attraggono soggetti vulnerabili e bisognosi: Samir è ormai un diciassettenne con una dipendenza da farmaci, non ha cibo né casa e gli servono soldi. Come racconta un’educatrice nel rapporto di Cespi, in cambio dell’accoglienza le reti richiedono piccoli favori; spesso lo spaccio. Non una scelta libera, bensì una necessità. Samir sa che lo spaccio e l’illegalità sono haram, proibiti. Sua madre non deve saperlo. Inizia così un percorso di menzogna e isolamento. Allo stesso tempo, Samir incontra altri ragazzi come lui, che vivono la sua stessa contraddizione. Ma il nodo dei debiti all’interno della rete si stringe sempre di più intorno a lui.
Come racconta la coordinatrice dell’Osservatorio Msna di Cespi, Rosangela Cossidente, la situazione di vulnerabilità e cooptazione da parte di reti della criminalità organizzata cambia da territorio a territorio, a seconda di quanto è forte la rete sociale per l’inserimento dei ragazzi a scuola e nel mondo del lavoro, che li allontana dagli abusi di sostanze. Eppure il problema è diventato così diffuso e preoccupante che i referenti del ministero di Giustizia hanno chiesto a Cespi di indagare la questione. Da sei anni esiste perciò un protocollo tra l’istituzione e l’ente e in autunno uscirà la continuazione del rapporto – che approfondisce la situazione del Lazio – con un focus sulle sostanze, anche per richiesta diretta di Emilia-Romagna, Veneto e Campania.
Se reti criminali e abuso di droghe sono legati a doppio filo nel destino dei minori stranieri in Italia, l’osservatorio e i ricercatori hanno potuto notare il paradosso degli istituti di pena minorili (Ipm). All’interno, vi si scontrano due situazioni: la prima è che spesso i minori sono sottoposti a terapie di psicofarmaci, nel tentativo di prevenire risse e scontri, con la conseguenza che la dipendenza è indotta dal sistema di giustizia minorile. Un «fenomeno estremamente pericoloso», commenta Cossidente. «Ciò che ci ha colpito», continua «è che nel dialogo sia con i minori sia con i tutori volontari [privati cittadini che assumono senza compenso la rappresentanza legale di un minorenne straniero, ndr] è emerso come in alcuni casi l’Ipm sia preferibile ad altre misure». Come spiega Cossidente, infatti, l’istituto di pena può fungere da «elemento di rottura totale con il contesto che ha portato a delinquere», perché si tratta di una struttura spesso lontana dal territorio di provenienza e rigidamente isolata e regolamentata. «Per noi e per il nostro concetto di stato di diritto è un ossimoro», commenta la coordinatrice.
La soluzione da perseguire è infatti quella della prevenzione. Questo si pone in contrasto con l’inasprimento di pena previsto dal disegno di legge Sicurezza anticipato a metà luglio dal Consiglio dei ministri, che prevede sia il daspo urbano per i minori (vietando loro l’accesso a determinate aree delle città) sia due aggravanti di pena per i gruppi di ragazzi che commettono reati. «Quello che abbiamo imparato è che i giovani stranieri non hanno idea di che cosa significhi commettere un reato in Italia», chiarisce Cossidente. Una dinamica che aiuta a comprendere come paventare pene più gravi sia una misura fine a sé stessa e poco utile per prevenire il crimine. È fondamentale invece il ruolo dei tutori volontari, introdotto dalla legge Zampa (la 47/2017), che si sono uniti in un’associazione – Tutori in Rete – e che rappresentano figure di riferimento in grado di portare un cambiamento radicale nel futuro dei minori, riuscendo ad allontanarli dalla cooptazione delle reti criminali.
Samir si domanda che fine hanno fatto gli altri, si vergogna a pensare che ne sente quasi la mancanza e che a tratti, ancora oggi, si sente solo. Quei ragazzi con cui condivideva il lavoro nella rete criminale erano diventati una certezza e il gruppo si era trasformato in un’identità. I compagni che non aveva più visto dalla sera di quel mercoledì, quando loro erano riusciti a fuggire e lui no. Quel mercoledì a cui è seguito un anno difficile all’Ipm, e poi la disintossicazione e poi il corso di cucito, che Samir detesta. Ma il suo tutore lo sa, e ogni giorno si trovano a parlare di tutte le alternative possibili.
*Nome di fantasia. Racconta l’esperienza collettiva descritta dalle testimonianze raccolte dal sesto rapporto dell’Osservatorio nazionale sui minori stranieri non accompagnati (2025) e dal rapporto Minori stranieri non accompagnati in Italia e il rischio di cooptazione da parte della criminalità organizzata (2022). Entrambi di Cespi.





