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Abitare la fragilità  

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Il passaggio dall’economia rurale a quella capitalista-industriale ha trasformato il territorio in uno spazio fragile, risultato del venir meno di quel negoziato quotidiano che l’essere umano stringeva con l’ambiente. Abbiamo smesso di curare i margini, occupando spazi che la memoria storica sapeva essere pericolosi. Lo storico Augusto Ciuffetti ricostruisce questa frattura, tra consapevolezza e amnesia, cura e sfruttamento

Negli anni Cinquanta, l’Italia era ancora in larga parte rurale: il suolo consumato era stimato intorno al 2,7 per cento della superficie nazionale. Nel 2024, secondo Ispra, la copertura artificiale è salita al 7,17 per cento. Allo stesso tempo, sempre nel 2024 il 94,5 per cento dei comuni italiani risulta esposto a rischio frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera e la superficie classificata a pericolosità da frana è aumentata del 15 per cento rispetto al 2021. 

«La fragilità di un territorio è sempre relativa e dipende dal rapporto tra le attività umane che incidono sull’ambiente e l’ambiente stesso», spiega Augusto Ciuffetti, docente di Storia economica presso l’Università Politecnica delle Marche, socio fondatore ed ex presidente di RESpro (Rete di storici per i paesaggi della produzione). «Un territorio che oggi consideriamo fragile non lo era necessariamente in passato, perché diverso era il modo in cui veniva abitato e trasformato».

«Lungo la dorsale appenninica», racconta, «prima del miracolo economico dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, era prassi che i contadini dedicassero giornate alla pulizia e al rafforzamento degli argini per il beneficio comune. Nelle colline marchigiane, ad esempio, il sistema della mezzadria funzionava come un ecosistema perfetto: il lavoro agricolo prevedeva la regimazione delle acque e la cura dei pendii per prevenire dilavamenti. Anche le comunanze agrarie erano concepite per utilizzare risorse come pascoli e boschi secondo regole rigide che ne garantissero sempre la rigenerazione». Le comunità, per pura sopravvivenza, negoziavano quotidianamente i propri margini di intervento.

La scomparsa della memoria storica del territorio

«Con l’avvento del capitalismo e la priorità del profitto a breve termine, l’occupazione del suolo si è fatta feroce. Prima, l’obiettivo non era annientare il rischio, ma controllarlo», avverte Ciuffetti. Basti pensare agli antichi mulini: sapendo che i fiumi torrentizi potevano esondare all’improvviso, questi non venivano mai edificati negli alvei ma solo su canali di adduzione artificiali. Di fronte a una piena, era sufficiente chiudere l’accesso al canale per salvare la struttura. «Con la modernità questa saggezza è venuta meno, a favore di una cieca fiducia nella tecnologia. L’emblema di questa presunzione è rappresentato dalle grandi opere ingegneristiche: nel disastro del Vajont, dove è stata ignorata la naturale franosità del monte Toc, o nelle dighe realizzate in Valtellina dall’Aem, presentate come strumenti infallibili per domare le acque e artefici di un “nuovo paesaggio”». E ancora: «Abbiamo cementificato i corsi d’acqua pensando di dominarli, recedendo il rapporto vitale che legava la cura della montagna alla salvezza della pianura. Il risultato è che, anziché prevenire le piene, ne abbiamo accelerato la forza distruttrice».

Oggi il rapporto con il territorio non è privo di strumenti di tutela. Dopo la riforma del 2022, la Costituzione italiana riconosce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, «anche nell’interesse delle future generazioni». A questo si aggiungono il Codice dei beni culturali e del paesaggio, la pianificazione urbanistica, i vincoli idrogeologici, le norme contro l’abusivismo edilizio e gli strumenti di protezione civile. Esiste dunque un apparato giuridico e amministrativo che prova a limitare lo sfruttamento del suolo. 

Per Ciuffetti, la chiave per una nuova negoziazione con il territorio sta anche e soprattutto nella memoria storica del territorio: «Nelle società preindustriali, la percezione del limite era così forte che il tempo stesso era scandito dalle catastrofi». La grande nevicata o l’alluvione fungevano da calendario. «Oggi, invece, ci sorprendiamo per le esondazioni del fiume Misa a Senigallia, dimenticando che in quell’area si contano migliaia di eventi simili dal Medioevo». Il vero antidoto contro l’amnesia è la cultura orale: miti e leggende possono fungere da archivio del rischio. «Ad esempio, si raccontava che i terremoti ai piedi del monte Vettore fossero causati dalla collera delle Sibille, figure misteriose capaci di punire le comunità quando queste rompevano un equilibrio. Rinnovare in continuazione questa leggenda permetteva di interiorizzare l’incognita del sisma e trasformare un evento eccezionale in qualcosa con cui convivere». Recuperare queste narrazioni, oggi, significa imparare di nuovo ad abitare la fragilità. 

«Dentro quei racconti», conclude Ciuffetti, «c’è una forma di sapere essenziale: la capacità di riconoscere il limite, di convivere con l’incertezza e di mantenere aperta una relazione con il territorio che non sia fondata sul dominio».

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