«Ti comprano con i tirocini, come diceva un ragazzo che aspettava gli orali [della selezione, ndr] insieme a me». Marco (nome di fantasia), dopo la battuta, si spiega. «Intendevo dire che ti invogliano a fare il corso perché oggi è difficile anche farsi prendere a fare un tirocinio non retribuito. Stai pagando il fatto di entrare a far parte di un mondo». Marco, nello specifico, ha pagato 3.700 euro per avere l’opportunità di creare una rete di contatti in quella che vorrebbe diventasse la sua professione: il giornalista. Daimon, il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, costa 10.800 euro all’anno, per due anni, senza tirocinio e senza (nonostante il nome possa indurre a pensarlo) un titolo di studio riconosciuto. Ma, come ci racconta Carla (nome di fantasia), i motivi per cui vi si era iscritta non erano legati a questi fattori: «L’ho fatto più per capire cosa volessi realmente fare e cosa potessi fare con la scrittura. E, da quel punto di vista, la Holden ti apre davvero un mondo, perché ti aiuta a capire quanti settori ci sono e quale è quello che più fa per te».

A fine giugno è scoppiato un caso che ha coinvolto proprio la Scuola diretta dallo scrittore Alessandro Baricco. Giulia, una ex studentessa, ha deciso di raccontare la sua esperienza, mettendo in evidenza come, per la sua esperienza, ciò che viene pubblicizzato non abbia rispecchiato ciò che poi si ottiene. Soprattutto, dice di non averne parlato prima «per paura di ritorsioni, chiusure, porte sbattute in faccia in un settore dove le porte sono già pochissime e spesso aperte solo a chi ha la chiave giusta». La risposta della Holden è stata un video, poi cancellato, nel quale chiedeva ai suoi studenti se i ventimila euro fossero soldi ben spesi. Per quanto la domanda fosse una replica sarcastica, in realtà è piuttosto interessante non solo per coloro che frequentano la Scuola Holden o altri corsi non riconosciuti, ma anche per chi decide di iscriversi a un master universitario (istituiti con decreto ministeriale n. 509 del 3 novembre 1999): sono soldi ben spesi? Dovremmo anche chiederci i motivi per cui le persone investono denaro, tempo e impegno in corsi di formazione che stanno diventando, almeno nella percezione comune, sempre più indispensabili per lavorare. Possibilità di fare tirocini presso aziende del settore? Contatti? Acquisizione di competenze tramite alta formazione?
Leggiamo nel Report 2024 sul Profilo dei Diplomati di master del 2023, condotto dal Consorzio interuniversitario Alma Laurea, che la possibilità di acquisire competenze professionali è stata la motivazione scelta dall’87,4 per cento degli intervistati. Quella di avere prospettive di diretto inserimento nel mondo del lavoro riguarda il 48,6 per cento come dato aggregato, ma per i diplomati di primo livello sale di 9,4 punti percentuali rispetto a quelli di secondo livello. Abbiamo intervistato, oltre a Marco e Carla, tre docenti che insegnano a master universitari e altri due ex studenti. Federica (nome di fantasia) ci dice che «farmi i contatti, insieme a tutta la questione del networking, è stata la primissima cosa che ci hanno detto alla primissima lezione». Le parole di Giacomo sono ancora più dirette: «Non riuscivo a entrare nel mondo dei media, dell’audiovisivo, dell’intrattenimento e ho deciso che l’investimento di pagare una business school per avere un corso, ma soprattutto per essere messo in contatto con realtà lavorative, ne valesse la pena. Ho accettato di pagare un biglietto d’ingresso; ché poi l’ingresso non è nemmeno assicurato, ma sicuramente è molto, molto facilitato».
Stage e lavoro, altri dati da Alma Laurea: clicca qui per leggere l’approfondimento
Ci sono altri tre dati statistici nel Report 2024 rilevanti. Il primo è che, al momento dell’iscrizione, l’89 per cento sono «persone già inserite nel mercato del lavoro», che non significa necessariamente nel campo d’impiego del master. Il secondo dato dice che il 63,9 per cento dei diplomati ha svolto uno stage o un project work (il 75 per cento del primo livello e il 53 per cento del secondo). Quindi, una persona su tre non si avvale di questa possibilità oppure non riesce ad accedervi per il numero limitato di offerte? Abbiamo chiesto ad Alma Laurea se gli stage siano obbligatori ai fini del conseguimento del titolo: la risposta è stata che non lo sono e che ogni università decide in modo autonomo. Infine, l’età media dei diplomati ai master è di oltre 30 anni (32 anni per il primo livello e 37 per il secondo). Nel Report è inclusa questa considerazione: «Ciò lascia intendere che il master viene intrapreso dopo alcuni anni dal conseguimento della laurea, frequentemente dopo essersi inseriti nel mercato del lavoro». Di nuovo, perché gli studenti vogliono sviluppare più competenze nel loro lavoro? Perché hanno deciso di intraprendere una nuova carriera o perché si sono arresi al fatto che un master è l’unico modo per accedere alla carriera stessa?


Andrea Bongiorni tiene un modulo al master in Editoria all’Università di Verona e all’Università di Milano, ma lo ha anche frequentato come studente nel 2006. Ci offre una riflessione sulla sua doppia esperienza: «Al di là delle competenze, mi ha dato i contatti: grazie al master ho iniziato a lavorare, a conoscere persone». E, continua, «a differenza della laurea, spesso alla fine del tuo percorso fai stage, percorsi di formazione in azienda e cose di questo tipo: è anche quello a cui, secondo me, servono i master». Anna Zuccaro insegna, tra gli altri, nello stesso master in Editoria di Bongiorni e ci rivela che il rapporto con i suoi studenti non si esaurisce nelle ore del modulo. «Bisogna che io rimanga una forma di riferimento a cui chiedere quelle che io chiamo “le banalità”: come fare un preventivo, per esempio». Matteo Villa, tra gli altri, segue un modulo nel master di Risorse umane dell’Università di Pisa e pone una riflessione. «Credo che forse la lunga vita di questo master dipenda dal fatto che, attraverso il tirocinio, le persone riescono abbastanza a inserirsi nel mercato del lavoro. Allora la domanda che sorge è: “Basterebbe fare il tirocinio”? Non lo so, però diciamo che il master è un veicolo, no?».

Secondo i dati raccolti dal ministero dell’Università e Ricerca, nel 2023, sui quasi quattrocentomila diplomati all’anno di tutti i cicli di laurea ci sono stati poco più di settantaduemila diplomati ai master in tutta Italia. Per dare un’idea, sono circa il 18 per cento: meno di due laureati su dieci decidono di conseguire un master. Dare un giudizio sui numeri è poco utile alla riflessione. Dobbiamo invece domandarci che cosa succede dopo che queste persone hanno appeso un altro diploma al muro. La questione non è sul valore del corso, ma sul fatto che gli studenti si sentano obbligati a passare da quella strada, perché altrimenti, per continuare la metafora, il sentiero si interrompe davanti a un cancello. La strada non apre il cancello, ma mostra un’altra via per raggiungere la destinazione. Il problema è che, forse, il cancello è stato messo dalle stesse persone che hanno costruito la strada.



