Vivere un concerto non è sempre un’esperienza rilassante per tutte e tutti. Anche un evento che dovrebbe essere spensierato può nascondere una discriminazione, a volte ancora prima di iniziare. Accade soprattutto alle persone con disabilità: se in alcuni casi non possono partecipare a causa di difficoltà di vario tipo, quando ci riescono devono lottare per accedere agli spazi degli spettacoli dal vivo, finendo a volte relegate in aree ristrette, separate dal gruppo con cui vorrebbero godersi l’esperienza. Lo ha spiegato la scrittrice e consulente per diversità e inclusione Marina Cuollo, in una storia Instagram del 4 luglio in merito all’iniziativa di Ultimo di accogliere nel backstage del proprio concerto a Roma alcune persone con disabilità: «Noi dovremmo poter usufruire dei concerti e degli spazi insieme alle altre persone, come è giusto che sia: queste forme ghettizzanti non risolvono i problemi di accessibilità e, anzi, diventano alibi per non risolverli. Dovremmo poter avere gli stessi diritti degli altri, nelle modalità adatte alle nostre necessità».
Partendo da questa concezione, Lisa Noja, avvocata e consigliera regionale di Italia Viva in Lombardia, racconta che «è nata Live for All, un’organizzazione spontanea, portata avanti da un gruppo di attivisti e attiviste che da anni si occupano dei diritti delle persone con disabilità». A un certo punto le loro diverse esperienze personali si sono incontrate e insieme «hanno raccolto testimonianze di altre persone che non riescono ad avere accesso o a vivere l’esperienza degli eventi dal vivo in modo paritario». Le ragioni sono tante, spiega Noja, «e sono il cuore delle nostre richieste». Dalla denuncia si è passati alla fase costruttiva con la scrittura di un manifesto omonimo, in cui viene rivendicato che «il diritto di accedere alla cultura è un diritto fondamentale». Nel testo vengono anche spiegati «quali sono secondo noi gli obiettivi perché questo diritto sia riconosciuto in concreto alle persone con disabilità».
Concerti (in)accessibili: dall’acquisto del concerto alla scarsa visibilità
Per una persona con disabilità, l’esperienza di un live è complicata fin dal momento della prenotazione del biglietto: non si riesce «quasi mai a utilizzare i canali di acquisto e di prenotazione che usano gli altri. Soprattutto per i grandi eventi, ogni promoter fa di testa propria», racconta Noja. Un promoter, infatti, «spesso mette a disposizione i posti in date diverse da quelle in cui apre le prevendite, addirittura in anticipo: non si sa mai quando i posti saranno disponibili, la procedura cambia di volta in volta e si devono ricostruire le informazioni sparse nel web per capire cosa fare». Si scrive una mail, si chiede l’assegnazione di un posto e in genere viene chiesto di produrre documentazione (sempre diversa) per dimostrare la propria disabilità. Poi si aspetta, senza sapere quanti posti sono disponibili in totale, se il posto verrà assegnato». Tante persone ricevono la conferma di poter acquistare un biglietto poco prima dell’evento. Ma se, come spesso accade, si tratta di uno spettacolo che non si svolge nella città dove si vive, il tutto si complica, perché «per una persona con disabilità organizzare una trasferta è più complesso». Questo non avviene per tutti: se una persona senza disabilità riesce a sapere due o tre mesi prima dove si terrà il concerto e quanti posti ci sono, potendo così prenotarlo con anticipo, «la persona con disabilità viene a sapere se ha ricevuto il posto fino a tre giorni prima». Per questo motivo, la prima richiesta della campagna Live for All è che la prenotazione avvenga attraverso gli stessi canali e che ci sia trasparenza sul numero dei posti e le procedure da seguire.
Live, ma non per tutt* : (in)visibilità e transenne
Una volta ottenuto il biglietto, si arriva all’evento, dove persistono i problemi: «Magari c’è l’accessibilità nel posto in cui si svolge l’evento, però poi non c’è attenzione alla disabilità: non si tiene conto del fatto che la persona in carrozzina ha problemi di visibilità», spiega Noja, evidenziando l’esigenza di costruire l’evento «in modo tale da tener conto dell’ingegneria delle persone con disabilità e consentire a tutti di poterlo fruire». Una rampa o una pedana non bastano, se offrono una scarsa o nulla visibilità o se creano condizioni di disagio per poter uscire dall’area dell’evento a fine concerto. L’altro obiettivo della campagna e dell’associazione è di poter fruire dei live non in zone segregate: «Le persone con disabilità vengono sempre messe in pedane separate, a volte addirittura senza poter stare con un accompagnatore, oppure possono stare con un solo accompagnatore ma separate da tutti gli altri amici», spiega Noja. «Chiediamo che i posti, come avviene all’estero, siano distribuiti in modo da potersi godere il concerto con le persone insieme a cui si è andate all’evento».
Non si parla solo di disabilità motorie, ma anche sensoriali. «Oggi ci sono moltissimi presidi tecnologici che consentono alle persone cieche o sorde di poter fruire di un concerto in modo pieno», fa presente Noja. Sono molte le iniziative che cercano di sensibilizzare sugli strumenti possibili: adozione di interpretariato Lis, sistemi Braille, chiarezza nel linguaggio, segnaletica di orientamento e titoli semplici da leggere e di facile comprensione. Una su tutte, il manuale Il concerto che vorrei, diffuso gratis da Keep On e pensato per fornire strumenti pratici per l’organizzazione di eventi pubblici più accessibili e inclusivi. Il documento è stato elaborato a partire da un’indagine partecipata condotta nel 2023 sul pubblico di diversi locali ed eventi culturali, partendo dal principio nothing about us, without us. Significa garantire la partecipazione attiva ai processi decisionali che riguardano la disabilità, per far sì che le scelte finali tengano conto della prospettiva di chi ne sarà direttamente coinvolto.
«Le buone pratiche ci sono e sono state anche pubblicate nel tempo diverse linee guida», precisa Noja, che aggiunge come la situazione «sta peggiorando con l’aumentare di norme sulla sicurezza», che diventano quasi «un alibi» perché complicano l’adozione di alcune misure di accessibilità, generando un paradosso.
Architettura universale: pensare agli spazi ancora prima dei concerti
L’ultima richiesta di Live for All è rivolta alle istituzioni: intervenire per assicurare che quando ci sono lavori di ristrutturazione o di costruzione di nuovi spazi per fruire di eventi, questi siano accessibili secondo i principi della progettazione universale, un approccio architettonico basato sulla convinzione che progettare tenendo conto dei soggetti più fragili e fuori standard offre vantaggi a tutti gli utenti. Questo non significa «progettare e poi adattare, ma progettare fin dall’inizio per assicurare piena accessibilità e solidarietà», precisa Noja, secondo cui un esempio positivo è quello degli interventi sull’Arena di Santa Giulia (Unipol Dome) realizzata e inaugurata in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. «Santa Giulia è stata costruita per rispettare questi criteri: ci sono posti per disabili in tutti i settori, ogni posto ha di fianco uno spazio accompagnatore ed è vicino ad altri posti, quindi non si è isolati». Durante le Olimpiadi «quei posti erano prenotati con la stessa app usata da gli altri». Tuttavia, dopo la fine delle olimpiadi l’Unipol Dome è passato sotto la gestione dei principali promoter di concerti e «il sistema di prenotazione non c’è più», denuncia Noja.
Eventi per tutti e accessibilità dei concerti: dalla campagna alla proposta di legge
Live for All è diventata un’associazione che ha raccolto oltre 34mila firme con l’adesione di svariare associazioni nel mondo della disabilità, molte delle quali specializzate nel mondo dello spettacolo. Una di queste è Al.Di.qua, che riunisce lavoratori e lavoratrici con disabilità del mondo dello spettacolo. «I problemi di accesso che abbiamo noi spettatori sono spesso simili a quelli degli artisti e artiste con disabilità», spiega Noja.
Dopo alcuni anni di advocacy, «alla Camera dei deputati è stata depositata una proposta di legge sul tema, che però per noi era ed è insufficiente perché non risolve i problemi di cui abbiamo parlato», escludendo questa alcune delle proposte più ambiziose di Live for All, come l’istituzione di una quota minima nazionale di posti accessibili e la possibilità di scegliere il proprio posto con l’abolizione di aree “segregate” per le persone con disabilità.
Per migliorare la proposta di legge, Live for All ha proposto diversi emendamenti. «Ma è rimasta arenata in commissione Cultura della Camera per mesi e mesi». Quando finalmente è avvenuta la discussione in Commissione, «purtroppo tutti gli emendamenti delle opposizioni – compresi i nostri – che miglioravano il testo sono stati bocciati. La proposta di legge è di nuovo impantanata, ma in ogni caso si tratta più di un titolo che di un vero cambiamento».
Con l’assetto associativo, l’obiettivo è avviare la raccolta di firme per una proposta di iniziativa popolare. «Visto che il Parlamento è bloccato proviamo dall’esterno, anche perché è un tema molto sentito dalle persone con disabilità», afferma Noja. «In quasi due anni abbiamo ricevuto tantissime testimonianze di persone che ci scrivevano per raccontarci le loro esperienze terribili, discriminatorie». Molte associazioni testimoniano che per i propri membri, soprattutto se di giovane età, il tema dell’accessibilità a eventi e concerti è una priorità. La questione è considerata «molto importante, perché gli spettacoli fanno parte della vita dei più giovani». Per Live for All è anche fondamentale avere un dialogo con gli organizzatori degli spettacoli dal vivo.
Questo dialogo, oggi, non è ancora avviato, ma la speranza di Noja è che «le cose cambino, proprio perché questo movimento dal basso sta crescendo». Finora «i più recettivi sono stati gli organizzatori di piccoli eventi», che «pur avendo meno fondi, sono più attenti e desiderosi di interloquire». Per quanto riguarda i grandi promoter, Noja riferisce che «finora non hanno risposto alle sollecitazioni» e le «numerose segnalazioni per ora non hanno spinto queste organizzazioni a prendere in carico un cambiamento nelle modalità operative». Live for All insiste per una legge in merito. «Il motivo per cui la vogliamoè proprio questo: che ci siano vincoli e obiettivi molto precisi, e che sia chiaro che non rispettarli è una discriminazione».
Le realtà italiane: consapevolezza ma ancora strada da percorrere
Molte realtà italiane stanno prendendo sul serio il tema dell’accessibilità, ma la situazione è ancora disomogenea soprattutto perché la disabilità è ancora intesa come solo motoria. Ad esempio, l’auditorium Parco della Musica di Roma – ci riferisce il suo ufficio stampa – «è progettato per garantire piena accessibilità ai cittadini disabili. È possibile prenotare posti in sala per disabili in carrozzina, sia singolarmente che tramite associazioni». Il personale di accoglienza «assiste e indirizza i visitatori verso le strutture predisposte, come ascensori e piste per i non vedenti, per facilitare gli spostamenti all’interno del Parco». Una realtà più piccola, l’Off Topic a Torino, si presenta come «spazio aperto, multidisciplinare e orientato alla partecipazione», evidenziando la propria disponibilità al cambiamento: il presidente Luca Spadon ricorda che la sede «è stata oggetto di un importante processo di rigenerazione urbana e di ristrutturazione», con una particolare «attenzione al rispetto delle normative e alla possibilità di rendere gli spazi fruibili da pubblici diversi, comprese le persone con disabilità».
Durante concerti, spettacoli e iniziative dal vivo «cerchiamo inoltre di garantire una gestione attenta dell’accoglienza, con personale presente all’ingresso e in sala, disponibile ad accompagnare il pubblico e a gestire eventuali esigenze specifiche», aggiunge Spadon, precisando che nel caso di eventi con maggiore affluenza, «prestiamo particolare attenzione alla disposizione degli spazi, alla possibilità di accesso senza barriere e alla permanenza in aree adeguate, evitando che la partecipazione di persone con disabilità sia gestita come una soluzione emergenziale». L’obiettivo, prosegue Spadoni, «è consentire una fruizione il più possibile naturale e integrata con il resto del pubblico».
«Siamo consapevoli che il tema dell’accessibilità degli spettacoli dal vivo non si esaurisca nell’eliminazione delle barriere architettoniche: riguarda anche comunicazione, accoglienza, organizzazione degli spazi, formazione del personale e capacità di ascolto. Consideriamo ogni evento anche come un’occasione per migliorare le nostre procedure», conclude, ricordando che Off Topic conosce e sostiene la campagna Live for All, pur essendo uno spazio «più piccolo, stabile e ibrido», con caratteristiche organizzative diverse dalle location dei grandi eventi. «Per questo motivo non tutti gli strumenti indicati risultano direttamente applicabili al nostro modello, ma il principio di fondo – rendere la fruizione degli eventi il più possibile accessibile, accogliente e inclusiva – è coerente con il nostro percorso e con le azioni che cerchiamo di mettere in campo ogni giorno».
Esempi e buone pratiche: accogliere tutte le disabilità, anche se invisibili
All’estero la situazione sembra muoversi in una direzione diversa. Secondo Noja, uno degli esempi positivi è quello dello stadio di Wembley, nel Regno Unito. «Il sito riporta una sezione contenente informazioni sull’accessibilità, dove si possono vedere in pianta i posti accessibili che sono prenotabili come tutti gli altri posti e che sono sparsi in tutti i settori dello stadio. Ci sono le informazioni anche per altri tipi di disabilità: ad esempio, ci sono degli steward per le persone cieche che le aiutano a raggiungere il posto».
Oltre alle barriere architettoniche, ci sono molti altri tipi di barriere da superare e molte disabilità: quelle sensoriali (relative alla vista e all’udito, ad esempio) oppure le disabilità invisibili, non immediatamente percepibili dall’esterno, le neurodivergenze e le disabilità cognitive. Su questo, vengono in aiuto alcuni esempi del manuale Il concerto che vorrei. «I Coldplay, per citare un caso famoso, nei loro concerti hanno la traduzione Lis e forniscono gli strumenti che servono per percepire le vibrazioni, in modo da consentire anche alle persone sordo-profonde di fruire dello show, attraverso le vibrazioni, della musica», ricorda Noja, aggiungendo che la stessa band da anni accompagna le proprie esibizioni dal vivo con i sottotitoli. In Italia, Vasco Rossi ha annunciato che adotterà questo accomodamento ragionevole per le persone sorde nei suoi prossimi concerti.
Secondo Noja, la criticità è che queste sono solo «esperienze spot», quando invece si potrebbero ripetere almeno «in tutti i grandi eventi». Al momento in Italia, un festival dove tutte le persone con disabilità possano trovare uno spazio accogliente, aree di decompressione, personale formato sulle loro necessità forse «non c’è, non si trova, non esiste». Così si intitola anche un report sull’accessibilità elaborato dall’associazione Caratteri cubitali e relativo alla comunicazione in cento festival italiani: il documento evidenzia la carenza strutturale di conoscenze e invita a migliorare a partire dalle informazioni fornite, ancora prima che i concerti inizino. Senza di esse, anche solo immaginare di prendere parte alla festa diventa un problema. Perché la festa sia di tutte, quindi, c’è ancora molta strada da fare.





