«Ho iniziato il mio percorso di attivista nel 2016, all’interno di un movimento locale: organizzavamo proteste contro l’inasprimento della legge anti-aborto in Polonia. È stato quello il momento in cui la mia consapevolezza è diventata sempre più profonda, ed è per questo che ho voluto trasporla anche nella mia vita professionale». Joanna Gzyra-Iskandar è la portavoce dell’Ong Feminoteka, un’organizzazione per i diritti delle donne nata in Polonia nel 2005 che si occupa soprattutto di donne che subiscono violenza. Nel Paese, oggi, nonostante i progressi nell’istruzione e nei settori professionali, i diritti riproduttivi rimangono un tormentato campo di battaglia. Il nuovo primo ministro, Donald Tusk, leader di Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska, Po), partito di centro con una particolare vocazione europeista che nelle elezioni dello scorso ottobre ha ottenuto il 30,7 per cento dei voti, il 24 gennaio ha annunciato la presentazione di un progetto di legge per liberalizzare l’aborto, in linea con le promesse elettorali e in contrasto con le restrizioni imposte dal governo nazionalista e populista precedente, guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS).
La persistenza delle disuguaglianze, le sfide future
«Penso che da una prospettiva generale possa sembrare che oggi, con un nuovo governo democratico, non abbiamo più problemi in termini di diritti delle donne. Ma non è così, abbiamo una coalizione di tre partiti e, oltre a Po e al partito di centro-sinistra Lewica, c’è anche la Terza Via (Trzecia Droga), l’ala più conservatrice e più incline a mantenere o addirittura rafforzare le restrizioni sull’aborto», spiega Joanna. In questo modo, il PiS può continuare a opporsi alla liberalizzazione dell’aborto grazie alla lealtà del presidente Andrzej Duda e all’influenza sui membri della Corte costituzionale. Anche la Chiesa cattolica polacca, da sempre molto influente nella società, ha criticato la proposta di legge, definendola «devastante» e contraria ai principi morali della nazione. Antonina Lewandowska, giovane advocacy manager della Fondazione per le donne e la pianificazione familiare Federa, la prima Ong polacca a occuparsi di aborto e diritti riproduttivi delle donne, fondata nel 1991, ha trascorso tutti gli anni della sua vita adulta sotto il governo del PiS: «La legge polacca sull’aborto è tra le più severe in Europa, consentendo l’intervento solo in casi di stupro, incesto o pericolo di vita della gestante. Per una donna polacca è come vivere in un inferno». Ma c’è un ulteriore ostacolo: «Secondo il Codice penale polacco si può andare in prigione per aver fornito aiuto nell’accesso all’aborto», continua Antonina. «Quindi, se mio marito mi compra le pillole, può andare in prigione per tre anni. In questa situazione dobbiamo provvedere da sole all’interruzione della gravidanza, con gravi rischi per la salute delle donne. E a volte, i nostri partner, madri, amiche o sorelle cercano di aiutarci in qualche modo, prestandoci soldi o accompagnandoci in clinica. Pur sapendo quanto sia pericoloso per loro», le fa eco Joanna. La proposta di Tusk prevede di legalizzare l’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza e rendere accessibile la pillola del giorno dopo, «ma, a essere sincere, non ci aspettiamo un grande cambiamento da questo governo. Siamo cautamente ottimiste, ma abbiamo prima bisogno di vedere risultati concreti. Come si dice, “trust but verify”», afferma Antonina.
Czarny Protest: il movimento delle donne in Polonia
Il momento cruciale in Polonia è arrivato nel 2016, quando fazioni ultraconservatrici hanno portato in parlamento una proposta di legge per introdurre un divieto pressoché totale sull’aborto: è allora che le donne polacche scendono in piazza in uno dei movimenti più importanti della storia recente, dichiarando lo sciopero generale e organizzando cortei oceanici in tutto il Paese. Le Czarny Protest, proteste in nero, hanno una forte risonanza a livello globale, catalizzando un risveglio femminista più ampio. Ma nel 2020 una sentenza della Corte costituzionale dichiara incostituzionale l’interruzione di gravidanza anche in caso di gravi malformazioni fetali, contribuendo a un ulteriore drastico calo degli aborti e costringendo le donne polacche a recarsi all’estero. «Le conseguenze di quelle proteste sono tangibili: l’opinione pubblica sui diritti riproduttivi è cambiata, la visibilità delle donne nel discorso pubblico è aumentata, ma le disuguaglianze sistemiche persistono», riflette Antonina. Il cambiamento impresso nella società si è potuto osservare anche durante le ultime elezioni nazionali, quando per molte in Polonia si è giocato il tutto per tutto: «Sono state tra le più partecipate nella storia della Paese, questo grazie all’organizzazione delle donne, al loro risveglio, ci sono i numeri a confermarlo», continua Antonina. «In realtà, ci piace dire che sono state proprio le donne a vincere queste elezioni: il 75 per cento ha votato per i democratici. Eravamo così arrabbiate con il governo del PiS e per ciò che ha fatto contro i nostri diritti, non solo per la legge anti-aborto, ma anche per la volontà di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul, o per l’obbligo di ottenere una prescrizione per la pillola del giorno dopo: ecco perché abbiamo vinto queste elezioni», conferma Joanna.
L’impatto delle elezioni sul clima sociale e politico: un cauto ottimismo
Le manifestazioni di massa e il sostegno popolare dimostrano un desiderio diffuso di cambiamento e di maggiori diritti riproduttivi per le donne. Tuttavia, nel 2022 in Polonia sono stati eseguiti solo 161 aborti legali, mentre si stima che le donne che interrompono la gravidanza utilizzando pillole abortive o recandosi all’estero sia nell’ordine delle centomila. Nonostante le promesse del nuovo governo di Tusk, il processo va avanti lentamente e i cambiamenti sono ancora incerti: «Ogni singolo giorno di attesa mette in pericolo la vita di qualcuna di noi», aggiunge Joanna, «ma stiamo cercando di insistere il più possibile. Ad esempio, per la prima volta nella storia della Polonia c’è una ministra per l’Uguaglianza, sopravvissuta a violenza sessuale. Questi segnali ci danno speranza», conclude la portavoce di Feminoteka, mentre l’advocacy leader di Federa sostiene con convinzione che «c’è così tanto lavoro da fare, non saranno di certo queste elezioni a darci tutti quei diritti che ci spettano».




