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La lezione della Svezia, dove fare figli non dipende dai sussidi

È più semplice fare figli in altri Paesi? In Svezia, forse, sì

È più semplice fare figli in Svezia o in Italia? In Italia l’assegno unico universale (Auu) destinato alle famiglie con figli al di sotto dei ventuno anni – e senza limiti di età nel caso di figli disabili – è stato potenziato con la legge di bilancio 2023. Lo Stato aveva stanziato diciotto miliardi di euro, ma ne sono avanzati due. Non ci sono abbastanza bambini ai quali poter destinare l’assegno? O non ce ne sono abbastanza nelle condizioni economiche e familiari per goderne?

Non bastano le misure che lo Stato ha adottato finora: molti fattori mantengono basso il tasso di natalità. Il principale è la mancanza di una reale politica di supporto alla famiglia. Se le misure, gli impegni e gli assegni cambiano ogni anno, vengono a mancare certezze. La misura dell’assegno unico universale dovrebbe essere rafforzata, mentre ora c’è il rischio che i fondi “in avanzo” vengano dirottati sulla realizzazione di altri progetti. Andrebbero invece spesi per implementare l’Auu e renderlo più efficace; investiti in politiche strutturali che, nel nostro Paese mancano. Per ispirarsi, si può guardare al modello svedese.

Non c’è uno Stato dell’Ue che abbia un tasso di fecondità superiore a quello “di ricambio”, che garantisce il mantenimento delle dimensioni della popolazione.

figli svezia

Ovunque in Europa il tasso è inferiore a 2,1 figli per donna, tuttavia la Svezia ha affrontato il problema ed è riuscita a invertire il trend negativo. Negli anni Novanta, il Paese scandinavo ebbe un abbassamento della natalità: per contrastare la crisi, prese provvedimenti strutturali aggiuntivi semplici e non frammentari, oltre alle misure di welfare già in vigore come asili nido e sanità gratuiti, sia per i bambini sia per le mamme. Alla base del modello svedese c’è l’autodeterminazione dell’individuo, più che l’implemento di misure pro-natalità in sé.

Italia vs Svezia

Il dibattito italiano si muove in una direzione diversa ed è caratterizzato più dall’ossessione per l’incremento delle nascite. Un’inclinazione che porta il tema a essere trattato – spesso dalla destra – come una questione di identità, non come un problema da risolvere con soluzioni strutturali.

La Svezia ha un debito pubblico molto basso e una popolazione di dieci milioni, condizioni che aiutano il sistema di welfare a funzionare meglio che in un Paese popoloso e indebitato come l’Italia. Nonostante le migliori condizioni economiche, è la qualità del welfare svedese a fare la differenza. A fronte di regole che cambiano spesso e che, per il tempo in cui sono in vigore, sono di difficile comprensione, la Svezia ha un sistema semplice che invoglia a fare figli in maniera spontanea, senza doversi districare tra documenti, dichiarazioni Isee ed eccessiva burocrazia.

In Italia, negli anni, le misure per incrementare le nascite sono state tra le più varie, ma si è teso a investire su bonus, voucher e assegni una tantum che lasciano un senso di precarietà e non danno ai genitori la sicurezza necessaria per creare una famiglia. In Italia in pochi anni si sono susseguiti svariati provvedimenti che avrebbero dovuto essere – nei proclami dei governi che li promuovevano – risolutivi. I genitori si sono dovuti districare tra bonus bebè, bonus asilo nido, assegni familiari e persino voucher babysitter che hanno influito poco sul trend della natalità in Italia, in continuo calo.

I congedi parentali

Anche per quel che riguarda il congedo parentale la Svezia offre un modello più sostenibile. Chi ha figli in Svezia ha diritto complessivamente a 480 giorni, dei quali 390 a salario pieno, divisibili tra i due. Ciascuno di loro può decidere di cedere fino a 150 giorni di quelli che gli spettano all’altro, ma almeno 90 sono obbligatori. Dare ai padri la possibilità di prendere gli stessi giorni di congedo delle madri instaura un circolo virtuoso: migliora il gender pay gap e implementa la parità di genere anche nello stile di vita, perché evita alle donne l’obbligo di sacrificare la propria carriera per i figli, con conseguente dipendenza economica nei confronti del partner che invece continua a lavorare per sostentare il nucleo familiare.

figli svezia

La parità è utile anche perché porta le madri a vedere i propri bambini non come un peso di cui dovranno farsi carico da sole, ma come una responsabilità da condividere. In Italia il congedo di paternità è stato recentemente portato a dieci giorni obbligatori: nel caso di una famiglia monogenitoriale, non sono previste misure diverse. In Svezia, se il genitore è single, lo Stato va in soccorso della famiglia con una misura che prevede una somma per il mantenimento del bambino. In pratica, il governo copre la “quota” del genitore che non c’è.

Gli incentivi

Tra le misure di maggior successo adottate dallo Stato svedese c’è l’erogazione tramite assegno di 1250 corone svedesi ai genitori per ciascun bambino – all’incirca 115 euro – fino ai sedici anni, con una modalità semplice e senza bisogno di presentare l’Isee, perché l’assegno è destinato a tutte le famiglie (con ulteriori tutele per le fasce di reddito più basse).

Un’altra differenza riguarda la possibilità di accedere alle strutture di cura per l’infanzia. Il 50 per cento dei bambini di età 0-3 anni frequenta l’asilo, mentre in Italia solo il 29 (dati Eurostat, 2017). L’unico strumento di sostegno per le famiglie italiane, il bonus asilo nido, prevede un rimborso pari a mille euro annui per tre anni, ma ha limiti dipendenti dalle rette più elevate e dalla carenza di strutture (problemi non presenti in Svezia).

Le famiglie italiane ricorrono, ove possibile, all’aiuto dei nonni e affidano i figli alle cure dei parenti. Il modello svedese ha poche misure, rivolte a tutta la popolazione, aventi come condizione l’età del figlio a carico. L’opposto del sistema italiano, con le sue molteplici misure differenti e sussidi, dalla durata effimera, sempre riservati alle famiglie con Isee molto basso, senza mai coinvolgere la classe media.

I dati

In Italia si fanno sempre meno figli e il trend – che non accenna a invertire la rotta – ha toccato un nuovo record in negativo nel 2023. I bambini nati nel primo quadrimestre dell’anno sono 117.857 a fronte di 119.185 nei primi quattro mesi del 2022. Solo nel primo quadrimestre sono nati 1.328 bambini in meno: il calo demografico si attesta sulla percentuale del 1,1 per cento se comparato al 2022.

La Svezia, al contrario dell’Italia, è riuscita a invertire il calo delle nascite tramite gli investimenti pubblici: lo Stato non si limita a erogare bonus bebè e assegni una tantum, ma attua misure di aiuto concreto alle famiglie come il congedo parentale e gli asili nido posti direttamente sul luogo di lavoro dei genitori. Il tasso di natalità svedese è 1,66 figli per donna (secondo dati del 2020) mentre quello italiano è di 1,22.

Di contro al calo di natalità, ci sono i dati Istat sul desiderio di genitorialità degli italiani (gli ultimi disponibili sono del 2016). Tra le persone di 18-49 anni in coppia e senza figli il 62 per cento dichiarava di volere un figlio nei successivi tre anni. La genitorialità è desiderata ma non si concretizza a causa della mancanza di fattori come l’equa suddivisione di compiti in famiglia, la sicurezza lavorativa e la stabilità finanziaria.

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