di Nuri Fatolahzadeh, Teresa Di Mauro
Questa inchiesta è stata realizzata con il sostegno del Journalismfund Europe.

Ad Atyrau nessuno dice che il mar Caspio sta scomparendo. Dicono che «si è allontanato». Ogni anno qualche metro in più, ogni stagione un altro tratto di fondale scoperto. Chi è nato qui non misura il tempo con il calendario, ma con la distanza tra la riva di oggi e quella di quando era bambino. Per arrivare al villaggio di Damba, bisogna attraversare una pianura così piatta che il senso delle distanze sembra cancellarsi. Il vento piega i canneti, solleva la polvere e accompagna il corso del fiume Ural fino all’estuario, dove incontra un mare che ormai sembra arretrare un poco di più ogni stagione. In alcuni tratti, l’acqua arriva appena alle caviglie.
Aslan Omarov si ferma sulla riva e indica un punto che oggi è terra: «Quando ero ragazzo, qui era tutto mare», dice. Guarda il fiume come si guarda qualcuno che si è ammalato lentamente. È nato su queste rive e continua a tornarci, anche se ogni anno il Caspio sembra costringerlo a imparare una geografia diversa. Ha pescato nel delta dell’Ural per gran parte della sua vita e continua a farlo quando può, ma le reti tornano sempre più leggere. Gli storioni sono quasi spariti, le grandi carpe sempre più rare; molte barche restano ferme perché raggiungere i punti di pesca è diventato difficile e gli scafi si incagliano sul fondale. «Una volta bastava gettare la lenza», racconta. «Adesso puoi restare fuori un giorno intero e tornare quasi a mani vuote».
Da queste parti il petrolio arriva sempre dopo: prima c’è il mare, poi il vento che attraversa la steppa senza trovare ostacoli e solo più tardi compaiono gli impianti. A poco più di cento chilometri dalla costa, oltre una linea d’acqua che da qui non si distingue nemmeno, si trova Kashagan, uno dei più grandi giacimenti petroliferi scoperti negli ultimi decenni. Il greggio raggiunge l’impianto di Bolashak attraverso una rete di condotte sottomarine e da lì imbocca il sistema di oleodotti del Caspian Pipeline Consortium verso Novorossijsk, sul mar Nero, per continuare il viaggio fino al Mediterraneo. Una buona parte arriva anche in Italia. Il giacimento è gestito dalla North Caspian Operating Company (Ncoc), il consorzio internazionale guidato da Eni. Da Damba, però, tutto questo resta invisibile. Del giacimento non si vede nulla: si percepisce soltanto la sua presenza, come accade con certe cose che finiscono per modellare una regione senza entrare mai davvero nel paesaggio.

Una promessa lunga un secolo
A un’ora di strada, a Dossor, il petrolio è il modo in cui intere generazioni hanno immaginato il proprio futuro. Le case sono basse, le strade larghe e il vento continua a portare sabbia fin dentro i cortili. È uno dei luoghi da cui è cominciata la storia petrolifera del Kazakhstan moderno. Nel 1911 il greggio iniziò a sgorgare da un pozzo profondo appena duecento metri: gli operai venivano chiamati a voce dal balcone della casa in cui lavoravano gli uomini della famiglia Nobel e il petrolio raggiungeva la costa su carri trainati dai cammelli, molto prima che gli oleodotti ridisegnassero la geografia della regione. Sebbene la base principale della Branobel, la loro compagnia petrolifera, fosse a Baku, in Azerbaigian, i fratelli Nobel estesero rapidamente le proprie attività infrastrutturali e commerciali lungo tutto il mar Caspio ed ebbero un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei giacimenti kazaki. Per gestire le enormi risorse energetiche della steppa, i Nobel unirono le forze con altre società e fondarono la Emba Kapiskoje, una società per azioni dedicata proprio al greggio. Fu la loro azienda a realizzare non solo i primi oleodotti a Dossor, ma anche due raffinerie.
Più di un secolo dopo, quella storia continua ad attraversare quasi ogni famiglia della cittadina. Kadyrgali Bisenov ha lavorato nei giacimenti per trentaquattro anni. Quando gli si chiede che cosa ricordi di più, non parla della fatica né dello stipendio. Sorride e racconta di avere disegnato il logo del primo pozzo di Tengiz, ancora oggi utilizzato dalla compagnia. «Solo che il mio nome non compare più», dice, come se fosse poco più di una curiosità. Per il resto, il petrolio è stato il modo in cui una generazione ha costruito la propria esistenza: ha permesso di comprare una casa, mandare i figli all’università, immaginare un futuro diverso da quello dei padri. Criticarlo, qui, significa spesso mettere in discussione una parte della propria biografia.
È anche ciò che racconta Saltanat Rakhimova, che da anni assiste i lavoratori del settore petrolifero. «Nelle grandi compagnie gli standard di sicurezza sono generalmente elevati», spiega. «Le procedure internazionali vengono rispettate. I problemi iniziano con i subappalti, le società di servizio che cambiano nome senza che cambi il cantiere». Al punto che gli operai rinunciano a denunciare un infortunio per paura di non essere richiamati il mese successivo: «Capita più spesso di quanto si pensi. Qualcuno viene da noi, racconta quello che è successo e poi decide di non fare nulla. Ha paura di perdere il lavoro». Il petrolio, da queste parti, continua a garantire gli stipendi migliori, assicurazioni sanitarie, contributi per l’istruzione dei figli, benefit che altrove sarebbe difficile trovare. È anche per questo che quasi nessuno, ad Atyrau, immagina un futuro senza industria petrolifera.

La conversazione cambia quando Kadyrgali Bisenov propone di uscire. Cammina per poche centinaia di metri e si ferma davanti all’ospedale del paese. L’edificio è piccolo, segnato dal tempo. D’inverno, raccontano gli abitanti, è difficile riscaldarlo; d’estate le zanzare entrano dalle finestre. Per una visita specialistica bisogna raggiungere Makat. Per un intervento più complesso si va ad Atyrau: novanta chilometri che molte famiglie percorrono abitualmente. «Per quattordicimila persone non è normale», scandisce. Poi racconta delle famiglie con figli disabili costrette a continui spostamenti e del piccolo fondo che lui e altri pensionati hanno creato per aiutarle. Raccolgono quello che possono: cinquemila tenge, diecimila, qualche volta qualcosa in più. «Non è molto».
Prima di salutarsi, Kadyrgali torna a guardare la strada che conduce agli impianti. I camion continuano a passare, uno dopo l’altro: «Non chiediamo che il petrolio finisca», dice. «Vorremmo soltanto che Dossor ricevesse in cambio qualcosa di quello che produce, che tutta la ricchezza non venisse solo esportata».
Lo zolfo
La montagna compare molto prima degli impianti. All’inizio sembra una cava; poi, avvicinandosi, il colore cambia fino a diventare un giallo quasi accecante sotto il sole del Kazakhstan occidentale. Solo quando l’auto rallenta si capisce che non è terra. È zolfo. Alle sue spalle iniziano le tubazioni, le recinzioni, i cartelli che annunciano l’ingresso nell’area industriale di Karabatan. Kashagan, il giacimento da cui proviene una parte di quel petrolio, continua invece a non vedersi. È oltre il Caspio, costruito su isole artificiali che dalla costa restano invisibili. Come spesso accade in questa regione, la sorgente della ricchezza rimane fuori campo; ciò che si vede sono le infrastrutture che la trasportano e i segni che lascia sul territorio.
Gaziz Gabdullin indica la montagna senza bisogno di avvicinarsi. Da anni segue i progetti petroliferi della regione, partecipa alle consultazioni pubbliche, raccoglie documenti e presenta osservazioni. Quando parla, evita il linguaggio dell’emergenza. Preferisce discutere di autorizzazioni, verbali, accesso agli atti. «Il problema non è essere contrari al petrolio», dice. «Il problema è poter partecipare alle decisioni». È stato tra coloro che hanno denunciato lo stoccaggio all’aperto di milioni di tonnellate di zolfo nell’area di Karabatan, una vicenda che ha portato a un lungo contenzioso con la Ncoc. «Ottenere una sentenza è difficile», racconta. «Farla rispettare può esserlo ancora di più».

Anche Oksana Martynuk, giornalista ambientale, torna in continuazione sul rapporto fra fatti e prove. Negli anni ha accumulato fotografie, relazioni tecniche, richieste di accesso agli atti: «Le immagini non sono mai sufficienti a dimostrare nulla, purtroppo», ripete. Nel Kazakhstan occidentale una chiazza nel mare non basta (neppure se, grazie alle immagini satellitari, è evidente), così come non basta l’odore di uova marce che il vento porta fino ai villaggi o il racconto dei pescatori. Servono campionamenti, laboratori indipendenti, una catena di custodia che renda quei dati utilizzabili davanti a un tribunale. È una distinzione che ritorna anche nelle parole di Arthur Shakhnazaryan, giornalista che segue l’industria petrolifera da oltre vent’anni: «La parte più difficile non è trovare informazioni», conferma. «È capire quali siano davvero dimostrabili».
Aslan, il pescatore incontrato a Damba, è convinto che il rumore dei mezzi diretti verso Kashagan abbia cambiato il comportamento dei pesci e che alcuni canali del delta siano oggi più difficili da attraversare. Parla delle foche trovate morte lungo la costa, delle reti sempre più vuote, del mare che continua ad allontanarsi. Sono convinzioni diffuse fra chi vive sul Caspio. Dimostrare il nesso di causalità, però, è un’altra storia. Qui, quasi ogni discussione sull’ambiente finisce nello stesso punto: il confine, sottile e spesso frustrante, tra ciò che si osserva e ciò che si riesce a provare.
Quello che resta in Kazakhstan
Quando si lascia Karabatan e si torna verso Atyrau, la montagna di zolfo scompare lentamente nello specchietto retrovisore. Poco dopo ritornano la steppa, il vento e quella pianura che sembra allungare ogni distanza. È difficile immaginare che, sotto un paesaggio tanto immobile, si muova una delle più importanti infrastrutture energetiche dell’Asia centrale: condotte che attraversano il Caspio, impianti di trattamento, oleodotti che raggiungono il mar Nero e, da lì, il Mediterraneo. Ogni giorno il greggio lascia questa regione e continua il suo viaggio verso i mercati internazionali. Le comunità che vivono accanto ai giacimenti, invece, restano.
Ad Atyrau nessuno nega che il petrolio abbia cambiato la vita della regione. Lo racconta Kadyrgali, che grazie ai giacimenti ha costruito il proprio futuro; lo racconta Saltanat, che vede ogni giorno quanto quell’industria continui a rappresentare il lavoro migliore disponibile; lo racconta perfino Gaziz, che da anni ne contesta le procedure senza chiedere che venga fermata. Le loro storie non si sovrappongono, ma finiscono per descrivere lo stesso paesaggio da prospettive diverse: si saccheggia, senza lasciare nulla in cambio alle comunità locali. Nemmeno un ospedale pubblico.

Aslan ci mostra il telefono: conserva fotografie scattate nello stesso punto a distanza di anni. In una il Caspio arriva quasi fino alla strada; in un’altra, lo stesso tratto è diventato una distesa di terra umida attraversata dai canneti. Le scorre lentamente, poi rimette il cellulare in tasca. Non cerca spiegazioni definitive e non attribuisce al petrolio responsabilità che non può dimostrare. Sa soltanto che il luogo in cui è cresciuto non assomiglia più a quello della sua infanzia.
Il Caspio continua ad allontanarsi. Il petrolio, invece, continua ad avvicinarsi all’Europa. Tra questi due movimenti opposti restano Atyrau, Damba e Dossor: luoghi in cui la ricchezza passa, ma non sempre si ferma.





