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Più divari, meno nati: perché non facciamo figli

Precariato, guerre, cambiamento climatico, pandemie, catastrofi naturali, timori tecnologici: il futuro fa paura. Ecco perché gli italiani non fanno più figli

Il nostro Paese soffre di un marcato problema di denatalità. L’Italia è in crisi demografica: nel 2022 si è toccato il record negativo degli ultimi nove anni, con soli 393mila nati. Nel 2023 i numeri sono destinati a peggiorare. Il crollo delle nascite è dovuto a un complesso intreccio di vari fattori economici e sociali.

Bassi stipendi e precariato

A far incrementare la nascite dovrebbero essere soprattutto i giovani genitori, ma questa fascia di popolazione versa nelle condizioni economiche più svantaggiate. Secondo il report Eures Nuove professioni e nuove marginalità, il tasso di occupazione degli italiani tra i quindici e i ventiquattro anni  è al 17,5 per cento, inferiore rispetto alla media europea (32,7 per cento). Per i trentenni, invece, come riportato da Laboratorio Futuro nel 2020, «il tasso di occupazione attuale era sensibilmente inferiore sia rispetto al tasso occupazionale dei coetanei europei (67,9 contro 79,1 per cento), sia al tasso di occupazione che avevano i 30-34enni di dieci anni fa (gli attuali 40-44enni), pari a 74,8 per cento».

Alla mancanza di occupazione si aggiunge il dilagare del lavoro povero, soprattutto per le donne e i lavoratori nella fascia di età 16-34 anni residenti al Sud. L’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare di 2,9 punti percentuali il salario medio tra il 1990 e il 2020. Secondo il rapporto sul lavoro povero del Forum Diseguaglianze Diversità, nel 2018 il trenta per cento dei lavoratori dipendenti riceveva salari bassi, con una retribuzione di 11.880 euro all’anno. Scorporando i dati per sesso ed età, i gruppi più penalizzati appaiono le donne e i giovani fino ai trentaquattro anni, per cui il lavoro povero è doppiamente diffuso rispetto ai lavoratori della fascia di età 50-65. 

Inoltre, l’incidenza del lavoro povero aumenta esponenzialmente per i lavoratori a tempo determinato, con contratto part time (o falso part time), partita Iva (o falsa partita Iva) e che svolgono tirocini extracurriculari, tutte forme di lavoro precario che interessano soprattutto i giovani. Questi redditi già esigui sono erosi dall’inflazione, che attualmente è il 5,9 per cento su base annua. 

I pochi italiani che riescono a raggiungere una ragionevole stabilità lavorativa lo fanno non prima dei quarant’anni, quando per molti è già troppo tardi per avere figli.

Guerra, crisi climatica, nuove epidemie, distopie tecnologiche

In questi ultimi anni sembra che l’Occidente si stia sgretolando. Con l’attacco della Federazione Russa all’Ucraina, la guerra è tornata in Europa e il mondo è diventato sempre più multipolare, abbandonando il liberalismo unipolare che aveva caratterizzato l’egemonia americana. Lo scenario globale è instabile, con rischio elevato di conflitti. Taiwan, Corea del Nord, Cina e India, Grecia e Turchia sono alcuni dei probabili teatri di guerra del futuro, in cui non solo verranno utilizzate nuove armi, ma la disinformazione avrà un ruolo centrale. 

Nei prossimi anni, le conseguenze del cambiamento climatico colpiranno l’area mediterranea. L’Italia, data la sua conformazione geografica, sarà il Paese più danneggiato. Secondo il report Ipcc 2023 sui cambiamenti climatici, i rischi riguardano le coste, il calo delle risorse idriche e l’aumento del riscaldamento estivo, che sarà del cinquanta per cento superiore a quello medio globale. Da qui al 2050 è probabile che, almeno d’estate, il Sud Italia diventerà invivibile.

Secondo il rapporto di Humane Society International, le condizioni di vita degli animali che vivono in allevamenti intensivi faciliterebbe lo spillover, cioè il salto di specie di un patogeno dall’animale ospite all’uomo. In passato è già accaduto con l’influenza aviaria, il virus Nipah, l’influenza suina e il Covid-19. Dato che gli allevamenti intensivi sono ancora molto diffusi, le probabilità che in futuro possa scatenarsi un’altra pandemia sono elevate.

Nel 2023, un nuovo pericolo è sembrato calare sull’umanità: l’intelligenza artificiale. La paura che la tecnologia sostituisca l’uomo, non solo nel lavoro ma anche nel campo delle arti, è diventata più reale, fino a portare a ipotizzare scenari alla Terminator e la creazione di macchine coscienti. Secondo Raymond Kurzweil, autore di La singolarità è vicina, nel 2050 grazie alle AI e alle nanotecnologie saremo in grado di sconfiggere tutte le malattie e rallentare (e forse bloccare del tutto) l’invecchiamento, aumentando la longevità della razza umana.

Per questa ragione, miliardari come Jeff Bezos (patron di Amazon) investono ingenti somme in società biotech che promettono l’immortalità. A oggi non esiste un tecnologia simile, forse non esisterà mai; tuttavia, per alcuni, il pensiero di essere testimoni di un futuro in cui un pugno di ultra-ricchi potentissimi, tecnologicamente potenziati e quasi divini domineranno le nostre vite è abbastanza da scoraggiare dal mettere al mondo un figlio. 

Democrature e fascismi

Stati Uniti, Brasile, Polonia, Turchia, Cina, Ungheria, Iran. Con il modello democratico in crisi, l’avanzata delle destre estreme e dei partiti autoritari e teocratici in tutto il mondo ha conosciuto un rinnovato vigore. L’attuale governo italiano sfoggia con orgoglio la sua continuità con il fascismo, rivendicandone l’eredità politica.

La politica che va contro il nostro futuro

A questo si aggiungono una visione schizoide della religione, un negazionismo (non solo climatico) pervicace e una generale tendenza al familismo. Se i nostri figli saranno donne, gay, trans, lesbiche, di coppia mista, artisti, intellettuali o semplicemente dotati di buon senso, intelligenza e altruismo, a un certo punto della loro vita rischieranno di essere stuprati, discriminati, linciati e persino uccisi. Se anche ciò non accadesse, saranno probabilmente condannati all’infelicità a causa della società disfunzionale in cui saranno costretti a vivere.

Siamo pronti?

La generazione dei trentenni forse riuscirà a condurre un’esistenza ancora relativamente serena; i loro eventuali figli saranno più poveri, mangeranno peggio, soffriranno la siccità, si ammaleranno di nuove malattie mentali e fisiche, avranno maggiori probabilità di morire in qualche catastrofe naturale come un’alluvione o un tornado e saranno oppressi da una politica sempre più estremista. Molti di loro, se vorranno costruirsi una vita degna, dovranno emigrare. Nel mentre, se l’attuale calo delle nascite continuerà, sarà impossibile sostenere il welfare e la sanità pubblica. A questo quadro, si aggiungono le conseguenze che il cambiamento climatico potrebbero causare nel nostro Paese. 

Nella storia ci sono sempre state porzioni di umanità che non ce l’hanno fatta, ma fino a oggi tutto si svolgeva in luoghi lontani e potevamo fingere di non vedere. Presto, a non farcela saremo noi. Siamo pronti?

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