Nell’estate 2026 un tormentone – pur senza aver fatto davvero breccia negli italiani – è riuscito a creare una grande discussione. Al mio paese di Serena Brancale, Levante e Delia racconta di un generico paesino dal punto di vista dei vari fuorisede ed emigrati al Nord: la canzone è stata impacchettata come una hit, ma l’accoglienza iniziale è stata piuttosto fredda. Qualcuno l’ha trovata una canzone allegra e che ben rappresenta i sentimenti di un pezzo d’Italia a ridosso delle vacanze, ma per altri è una cartolina stereotipata. È proprio la scelta del punto di vista ad aver offeso chi nel Meridione ci è rimasto: se è vero che un artista può raccontare anche situazioni che non ha vissuto in prima persona ed empatizzare con le storie altrui, questo inno dei fuorisede risulta poco credibile se cantato da tre persone che vivono altrove per scelta e non per necessità. Un’altra critica è rivolta alla vaghezza del testo: la canzone è attribuita al Sud per la provenienza delle cantanti ma quello che viene descritto potrebbe essere anche un paese del Centro Italia. In generale, non è chiaro cosa manchi del loro paese alle tre autrici. È da questo difetto che emerge la critica maggiore.
Il paesello dipinto dalle tre cantanti esiste e non esiste allo stesso tempo: «le Madonne nelle chiese» e «le lenzuola che volano bianche sulle bancarelle» contraddistinguono una parte più o meno ampia di Sud, ma il quadro complessivo che emerge dal brano descrive il periodo delle ferie, costituito dalla stessa finzione che a furia essere venduta ai turisti finisce per modificare l’identità dei locali. Non è solo una ragione commerciale ma soprattutto un modo per rifugiarsi in una visione nostalgica e cristallizzata, con l’illusione che il mondo lasciato alla partenza sia rimasto uguale a prima; tuttavia, è proprio questa narrazione compiacente al punto di vista di un turista che fa incazzare chi il Centro e il Sud lo vive tutto l’anno. A difesa della hit c’è invece il presupposto che non tutta la musica debba essere impegnata.
Un’altra canzone uscita a giugno ribalta la prospettiva: Kon Kalma, del rapper indipendente Addivvi, si scaglia proprio contro la vita lenta, il simbolo del Sud stereotipato, che diventa soltanto una promessa a lavoratori stressati mentre il vero Meridione si svuota e marcisce. Il tutto con un suono duro e un testo che necessita di un – seppur minimo – sforzo interpretativo, pur essendo esplicito. Anche la vita lenta, quindi, è una mezza verità nietzeschiana: se la fantomatica controra è una necessità del troppo caldo, le persone che possono permettersi di fare con calma sono pensionati, studenti o in generale chi non ha un lavoro. Allo stesso tempo la vita di paese al Nord non è più frenetica di quella al Sud, così come il ritmo di città come Napoli, Catania e Bari non ha nulla a invidiare ai grandi centri del Centro e del Nord. Sono proprio queste ultime città a essere incensate da blog specialistici per nomadi digitali e da testate di primo piano, che spesso vendono la stessa retorica sulla vita lenta – la versione del terzo millennio della dolce vita.
Questo dualismo non è esclusivo della musica. Si trova anche in due progetti fotografici, ovvero Vita Lenta e Salentodeathvalley: il primo a cura del designer e scrittore Gianvito Fanelli, che dopo l’inizio del progetto è tornato a vivere in Puglia e racconta la provincia nella sua versione romantica, il secondo a cura del fotografo salentino Gabriele Albergo, che ne racconta la contraddizione tra inestetismi e scorci di totale normalità. Emerge quindi un conflitto di rappresentazione che coinvolge prima di tutto i meridionali stessi, a prescindere dal loro status di fuorisede o indigeno le cui radici risalgono alla nascita della televisione. Questa rappresentazione è però entrata in una nuova fase da una decina di anni a questa parte.
Non si può non tenere conto dell’impatto che le grandi produzioni dell’industria culturale hanno nell’immaginario collettivo: riescono a forgiarlo sebbene siano frutto di processi decisionali collettivi. In questi processi, è fisiologico che il punto di vista non sia solo quello di chi il Sud lo vive o lo ha vissuto, sia per la diversa provenienza di chi ci lavora sia perché si tratta di prodotti che si rivolgono a un pubblico nazionale. Anche la televisione ha un ruolo: serie come Le indagini di Lolita Lobosco hanno restituito al grande pubblico la consapevolezze di città come Bari, che ha sempre avuto un ruolo di spicco nel Sud pur restando poco nota. Allo stesso tempo, l’ubiquità di Napoli nei palinsesti televisivi ha offerto un’alternativa family friendly a quella di Gomorra. Entrambe hanno contribuito alla crescita del turismo interno.
Il guadagno attraverso il turismo è solo parziale: non solo perché non cancella davvero del tutto lo stigma verso i meridionali (e i napoletani in particolare), ma perché, al contrario dell’ideologia che lo vede come il “petrolio” del nostro Paese, le conseguenze spiacevoli sono più di quelle piacevoli. I prezzi drogati nei negozi sono uno dei risvolti, che si è esteso anche ai luoghi meno turistici fino a espandersi in tutta Europa. Il turismo, per sua natura, aumenta le disparità sociali concentrando le ricchezze nelle mani di pochi e creando dei costi di gestione della cosa pubblica che non si ripagano con gli introiti delle case in affitto. Inoltre, la questione meridionale non si può risolvere attraverso dinamiche puramente economiche, che contribuiscono a creare ruoli lavorativi per lo più nel solo settore turistico, alimentando l’assunzione di camerieri e receptionist e lasciando in disparte altri impieghi necessari alla sussistenza di una comunità.
Nonostante queste contraddizioni evidenti, dentro questo fenomeno c’è chi percepisce un senso senso di rivalsa. Dopotutto non esiste cattiva pubblicità purché si parli di noi, o forse no. Se Gomorra aveva creato sia stigma che emulazione, ben venga una rappresentazione finalmente positiva del Sud. Questo riscatto passa dalla rinnovata influenza della musica partenopea nella scena nazionale e nelle nuove scene jazz e rap squisitamente made in Sud, unita a programmi dedicati all’umorismo meridionale in prima serata.
Una narrazione compiacente all’industria del turismo, che finisce per diventare una forma di autoconvincimento per chi non vuole o non può mettere la propria vita in valigia e cercare fortuna altrove: certo, non avremo gli stessi servizi o le stesse opportunità del Nord e dell’estero, ma ci sono il mare e tutti i vantaggi del paesello. Questo non cancella la dura realtà: il calo demografico colpisce più duramente il Sud perché, oltre alle poche nascite, c’è chi parte e mette famiglia altrove. I motivi sono seri, come la carenza di lavoro, più che le mostre o i concerti di artisti blasonati.
I social, con una narrazione dal basso, offrono una visione opposta: oltre agli influencer c’è una contronarrazione ossessionata dal degrado al punto di spettacolarizzarlo, ma progetti come Viaggi del Degrado si nutrono di contenuti forniti da utenti che sono persone qualunque, anche se finiscono per fare il gioco del Cruciani o del demagogo di turno.
In entrambi i casi è chiara l’esigenza di semplificazione, sia per rendere la propria storia digeribile ai più sia per la più ampia tendenza a sopprimere la complessità. La coesistenza di queste due visioni non tende né verso una visione più sfaccettata né verso una immagine che sia di compromesso tra i due estremi.
Non è dunque chiaro chi o come possa risolvere questo conflitto: i grandi media non faranno di certo il primo passo, ma se anche esistesse un unico fronte dei meridionali non è così scontato che riesca a fare da contrappeso al mainstream. Nel frattempo, i paesi del Sud vanno verso l’abbandono e le città diventano sempre meno vivibili. Siamo forse destinati a espandere il modello di Venezia e Firenze, ma senza un hinterland capace di tirare avanti la baracca?





