Nessuno ha un ombrello, ma anche chi ha un cappuccio non lo usa. Eppure piove. Anzi, diluvia. È appena iniziato giugno, ma il Nameless ha sempre avuto da ridire con il concetto di primavera-ormai-inoltrata. Si narra che nessuno abbia mai assistito a un’intera edizione senza pioggia. «È un attore non pagato», scrive in un post John Summit, costretto dallo staff a mettere al riparo la console, nonostante volesse continuare a suonare sotto l’acqua. All’uscita qualcuno corre, più per l’emozione cinematografica di correre sotto la pioggia che per raggiungere in fretta l’angolo di asfalto dismesso in cui ha mollato l’auto, che nessuno definirebbe parcheggio. Anche perché raggiungere il “parcheggio” significherebbe ammettere che anche questa edizione è ufficialmente finita. Si riaffaccerebbe l’orizzonte delle sere d’estate che andranno vissute altrove. Chi vive di fronte al lago ha quello specchio d’acqua in cui riflettersi. Chi sta un po’ più a sud, tra i capannoni brianzoli, nient’altro: sale in macchina, si destreggia tra il traffico, percorre il ponte Azzone Visconti che separa la città dalla provincia. Guarda lo specchietto e solo ora realizza: è già tutto alle spalle.
Durante la conferenza stampa il fondatore Alberto Fumagalli aveva indicato il Tent (lo storico palco, oggi affiancato da altri quattro) alle sue spalle ricordando che «nel 2014 stava cinquanta metri più indietro, ma sempre là». Sono trascorsi dodici anni dall’ultima edizione in città perché Nameless si era spostato prima in Valsassina, a Barzio, e poi in Brianza, ad Annone, una decina di chilometri più a sud di Lecco. «Ma stare ad Annone implicava che chi arrivava dall’estero faticava a immaginare una vacanza sul lago. E i posti letto non erano abbastanza», ha spiegato Fumagalli. E così, dal 30 maggio al 1 giugno il figliol prodigo torna al Bione, a due passi dal lago di Garlate e da quello di Como. Che per chi è di qui non è di Como, ma di Lecco. Dettaglio che sottolineano (sottolineiamo) con godimento perché ai comaschi irrita (legittimamente, è loro).
Due necessità, due risposte: Lecco ha il lago e tremila posti letto. Risultato? «Quest’anno il venti percento degli ospiti proviene dall’estero e le strutture ricettive hanno registrato il tutto esaurito», annuncia orgoglioso Fumagalli.
Prima di essere un festival di musica elettronica, il Nameless è un clamoroso tentativo di identità, la scommessa di poter mettere la propria residenza al centro d’Europa (e non solo), anche solo per tre giorni. Già Annone, insieme a tutta la zona provinciale di Monza, Lecco e Como, aveva fatto del Nameless una bandiera. Una Brianza che aveva finalmente qualcosa da vantare, oltre al noioso fatturato. Tanto che da anni aprire i social durante il Nameless era come avere una rassegna stampa monotematica: un grido collettivo di orgoglio provinciale da stendere come pasta sotto il mattarello, allungandolo per i giorni a venire. L’illusione di poter dire: “Per una volta non vivo a due passi da Milano (che poi non è vero, lo diciamo solo per risucchiarne l’energia), ma a due passi dal Nameless”. Il pezzo di identità brianzola ora prova a diventare l’identità di tutti. E ci riesce, va detto.
Il costo dei biglietti non è irrisorio, ma la qualità lo giustifica, come sempre. Negli anni i palchi sono stati calpestati dai più grandi della musica elettronica mondiale, come Martin Garrix, Axwell ΛIngrosso e Alesso. Tra i circa cento artisti (house, techno, dubstep, urban, trap…) in lineup quest’anno spiccava Calvin Harris. Un sabato sera con Calvin Harris in Italia non lo si vede. In generale, Calvin Harris non raggiungeva il nostro Paese dal 2013, quando aveva suonato al Cocoricò di Riccione. La disperazione per esserci è palpabile: un ragazzo, bloccato dalla sicurezza per un mancato cambio nominativo sul biglietto, prega il buttafuori: «Prendo 800 euro al mese e ne ho spesi 150 per essere qui». Altri provano la via dell’infiltrazione da un buco in una recinzione laterale. Non ci è dato sapere se ci siano riusciti.
Non appena Calvin Harris sale in console, fa cantare tutti i presenti, che si sono radunati lasciando gli altri palchi semivuoti. Chiude con un tributo ad Avicii da pelle d’oca. Un set nel complesso emozionante, anche delude un po’. Risulta un po’ piatto, con transizioni lineari che lasciano poco spazio a guizzi creativi.
Convince invece John Summit, ce lo diciamo in sala stampa mentre ci dividiamo un ventilatore potentissimo e qualche patatina fritta. Sorride col pubblico, balla sotto l’acqua, si toglie la canottiera inzuppata dalla pioggia e continua a ballare. Con lui saltano tutti, anche una giraffa peluche gigante, che chissà se ha dovuto pagare il biglietto. Qualcuno alza perfino il cestino della spazzatura e fa ballare anche lui.
Complice anche la struttura del main stage, maestosa. Incontriamo Francisco, un tecnico che ci confessa di aver costruito lui i maxischermi: il suo compito ora è «fare attenzione che non cadano». Qualsiasi cosa significhi, speriamo lo faccia bene.
I difetti ci sono, ma non eccedono. Lo spazio tra l’entrata del festival e l’ingresso del Tent, per esempio, non è ampio e il pubblico tende a congestionarsi. Mentre la nuova app, seppur idealmente molto funzionale, è quasi inutile con la poca connessione internet tipica dei festival. Tuttavia, i pro superano i contro e Lecco ottiene la possibilità di sentirsi una metropoli, la meta che gli appassionati di musica elettronica vogliono raggiungere, anche dall’estero.
Tra i 90mila ingressi, per esempio, c’è Sarah, che viene dall’Austria. Mentre siamo in coda per i bagni ci racconta (in un inglese che ammettiamo di comprendere poco) che ha trascorso la serata precedente a Ibiza e si è poi spostata qui in Italia per assistere al set di John Summit. Dice che si è appoggiata a Legnano. Dove «I ate calamari in front of the see». In Legnano? Calamari? No Sarah, in Legnano there isn’t the sea. «But I’ve seen it». Ah Lignano, Lignano Sabbiadoro «That’s what I said!». Che grande.
Giandomenico invece è partito dalla Campania il giorno prima perché un amico milanese lo ha costretto. Alla mezzanotte del primo giorno festeggiamo il suo compleanno, abbracciandolo. Lo abbiamo conosciuto solo un paio d’ore prima, ma qui il tempo (non solo quello atmosferico) è tutto strano. Vorrebbe rimanere con noi e vivere gli ultimi istanti della serata, ma ha un treno a breve. Lo porterà a Milano, dormirà un’oretta, sistemerà la valigia e partirà all’alba per Linate, dove lo aspetta un volo per il Lussemburgo. Rimarrà lì per 6 mesi.
Nel Tent l’energia è unica. Un uomo si toglie le scarpe e le adagia a lato, con una delicatezza che poco si abbina con l’energia della musica dubstep. Qualcuno chiede in prestito ventagli, qualcun altro li regala, stanco di averli in mano o forse addolcito dall’atmosfera familiare che si è creata. Una ragazza si accovaccia e apre la cerniera dello stivale dell’amica, estraendo un’iqos come fosse merce da contrabbando. Una compagnia di amici è travestita da Teletubbies (che caldo?). Un’altra si fa un selfie mentre una di loro è a terra svenuta per il troppo alcol (collassata, si dice da noi – onestamente non so se sia un termine medico o brianzolo).
Il terzo giorno muore lentamente tra migliaia di indici rivolti al cielo. Sul finale un ragazzo straniero tenta di accendersi una sigaretta per godersi la versione di If i lose myself remixata da Alesso, un inno del Nameless. Socchiude gli occhi, respira l’aria fresca e alza la testa, lasciandosi colpire dalle gocce. Tra le prime file ci si abbraccia saltando, o forse si salta abbracciandosi. Si sfrutta il poco fiato rimasto urlando in coro un testo che tutti conoscono a memoria. Le luci stanno per spegnersi e la pioggia inizia a offuscare la vista. Sul maxischermo scorrono i nomi di tutti gli organizzatori, titoli di coda di un film che ora è davvero finito.
Restano l’erba calpestata e il volo dei gabbiani. Resta il soffio del Tivano che spira dalla Valtellina e accarezza le latifoglie cresciute ai lati dell’Adda. La nostalgia dolceamara ha preso il posto dell’orgoglio che si prova a essere il posto in cui si arriva, non la solita provincia da cui si parte. Il vero lascito del Nameless è la consapevolezza di cosa si avverte quando si è al centro, non i soldi nei registratori di cassa o le camere d’hotel occupate.
Torniamo a Lecco martedì mattina, qualche ora dopo la fine del Nameless. Senza i bassi e la folla, l’aria è più fredda. Il palco è vuoto e monolitico, in attesa di essere smantellato. La normalità riempie le strade e gli anziani ritornano padroni della loro piccola città. I ragazzi di Lecco non si svegliano col sole, ma con in mente people, places and things they’ve loved. Nameless, ci vediamo presto.





