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Il giornalismo è un lavoro da fame

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Collaborare per un giornale o una casa editrice significa precariato e nessuna tutela. A tenere le redini di questo sistema, una piccola élite di benestanti. Ne abbiamo parlato con il giornalista Davide Piacenza

Gli pare di aver ceduto, nei primi anni, perché «se le regole del gioco sono quelle, e il gioco ti piace, alla fine accetti». Il gioco è scrivere e cedere significa accettare che quello del giornalista è «un lavoro pagato con retribuzioni da fame», che la cultura è «un club esclusivo e autoreferenziale che fa gli interessi di pochi ma decide per tutti», presidiato da giornalisti e scrittori «mean girl», e che «per le persone provenienti da una classe sociale medio-bassa rimane off limits». Ma ora che di anni ne ha trentasei e, in più di una decade, di redazioni ne ha girate parecchie (dagli inizi in Rivista Studio e Il Post, fino a Lucy, La Stampa e Vanity Fair), lo scrittore e giornalista Davide Piacenza ha capito che «il gioco è truccato. Ricordo un direttore che anni fa mi disse: “È quello che facciamo tutti, no? Viviamo vite che non possiamo permetterci”. Con il senno di poi, cosa vuol dire? O puoi permettertelo o non puoi. Io non potevo, lui evidentemente sì».

Piacenza ha lasciato brevemente Milano per fermarsi qualche giorno dai suoi, ad Alessandria. Dalla sua vecchia stanza ci parla del suo ultimo libro, La cultura che non posso permettermi (Einaudi, 2025), in cui ha raccontato come è stato farsi largo nelle redazioni e negli altri centri di produzione del sapere, per lui che è cresciuto in un quartiere popolare, e che tipo di cultura viene fuori se a tenerne le redini è una piccola élite di capitalisti simbolici.

Qualche mese fa, anche lo scrittore e giornalista culturale Jonathan Bazzi, pubblicando uno screenshot del suo conto in banca, aveva scritto: «Sembra il mio estratto conto, ma è una questione generazionale e di classe sociale». A marzo 2025 è uscito un rapporto dell’Inps sul divario tra i redditi di giornalisti dipendenti e autonomi. Mentre c’è una minoranza contrattualizzata che mantiene standard da borghesia medio-alta, la maggior parte dei giornalisti, pubblicisti e freelance, opera in condizioni di precariato economico, nonostante l’elevato capitale culturale. Il reddito medio per i lavoratori autonomi è di circa 11.241 euro lordi annui, oltre cinque volte inferiore a quello dei dipendenti (intorno ai 60.000) che occupano spesso ruoli stabili di redazione o dirigenziali in grandi testate. Per tutti gli altri: articoli pagati cifre irrisorie da produrre in serie, pretese di reperibilità a ogni ora e nessuna tutela.

Secondo Piacenza, la causa non va ricercata solo nel fatto che la gente non compri più il giornale: «C’è un problema di offerta. Il discorso è monopolizzato da persone che non vengono toccate dalle cose di tutti i giorni. È un dibattito da tè e pasticcini. È una codificazione elitaria di figli di papà che vogliono giustificare il loro posto nel mondo e curare la loro sindrome dell’impostore occupando un settore che potrebbe parlare a molta più gente. Non si può pensare di risolvere il problema delle retribuzioni se questa professione rimane un parco giochi per i figli insicuri delle classi benestanti».

«Quale azienda dei media», si chiede il giornalista, «sarà mai portata ad alzare i suoi livelli di retribuzione se è composta da chi può scegliere di non anteporre le sue necessità economiche alla professione? Quelli come me sono la maggioranza, ma quello che ho notato in più di dieci anni è che i posti decisionali del mondo culturale sono in mano a persone ricche e benestanti. E ho sempre visto da parte dei giornalisti scarsa attitudine a ragionare in senso sindacale. Se i tuoi genitori possiedono quattro appartamenti a Milano, non hai a che fare con le conseguenze di questi discorsi. I figli di famiglie “bene” possono permettersi il costo di veder fallire le proprie aspirazioni».

Questo è classismo. Senza contare anche solo il prezzo dell’accesso alla professione, tra scuole di giornalismo costose e tirocini non pagati. Ma oggi di classe non si parla, non è più pop. «C’è un gaslighting a monte. Il mondo della cultura che ho vissuto io è un sistema che tende a chiudersi dentro un recinto con i propri simili. È una versione più grottesca del film Mean Girls, in cui il gruppo delle ragazze “bene” diventa il gruppo dei letterati “bene”, interessato a mantenere il proprio status di privilegiati in un mondo che non è quello della classe popolare e media e che produce solo un parlarsi addosso. È una serie di momenti alla Fantozzi che mi hanno fatto sentire spesso fuori posto, come se non conoscessi le regole del bon ton per sedermi al loro tavolo. Non è qualcosa che ti viene detto a chiare lettere: non sei dei nostri. Non vogliono mai arrivare al conflitto aperto».

Piacenza sente la finzione e l’ipocrisia di tutto questo. Sente il senso di colpa di vivere oggi una vita che alle persone del suo quartiere è preclusa. A suo fratello, a sua madre. Vorrebbe che i libri e i giornali almeno dessero loro visibilità e legittimità pubblica. E come si fa, si chiede, se «in redazione si rideva quando arrivavano lamentele di giornaliste e giornalisti non pagati? Qualcuno diceva: “Facciamo una riffa di capodanno e paghiamo i tre che estraiamo a sorte”. Gli altri ridevano a crepapelle. Io volevo sparire».

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