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Geopoetica: leggere il mondo oltre le mappe

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La geografia nelle scuole italiane ha subito una drastica riduzione delle ore di insegnamento. Davide Sapienza promuove la geopoetica, unendo esplorazione e consapevolezza per comprendere i luoghi attraverso l’esperienza e le parole. La geografia diventa così uno strumento di libertà e connessione

La geografia perde ore a scuola da anni, senza che quasi nessuno se ne accorga. Secondo l’Aiig (Associazione italiana insegnanti di geografia), dal 2010 a oggi la disciplina ha perso circa il 70 per cento delle ore. Un dato che colpisce ancora di più se si pensa che la geografia, oggi, non è mai stata così necessaria. 

Imparare la geografia sui libri di scuola, però, ha sempre avuto un limite: si può studiare un luogo su una carta senza mai arrivare a comprenderlo davvero. È da qui che nasce la geopoetica, che restituisce un modo diverso e più profondo di leggere il significato dei luoghi. A promuoverla da vent’anni è Davide Sapienza, geopoeta e scrittore, per il quale la geografia non è solo uno strumento di orientamento ma una pratica più radicale. «La geografia è pericolosa perché non mente», afferma Sapienza. «È pericolosa perché ci rende liberi». Sapere riconoscere i confini di un luogo e la sua storia sono basi essenziali per capire le dinamiche del presente, da quelle legate alla politica internazionale a quelle relative al contesto climatico. 

Camminare per conoscere: cos’è la geopoetica

Da oltre vent’anni, Sapienza accompagna piccoli gruppi in cammini geopoetici, soprattutto in montagna, dove il territorio diventa occasione di osservazione, ascolto e lettura. «Ho provato più volte a spiegare la mia pratica geopoetica in cammino». racconta. «Ma la geopoetica è come lo zen: bisogna viverla». 

Camminare significa anche conoscere e comprendere le parole che usiamo per descrivere i luoghi. Sapienza racconta il caso di Gera, termine presente in alcune località lombarde – da Gera d’Adda all’Alpe Gera – che deriva dal dialetto milanese e indica una distesa di ghiaia. «I nomi dei luoghi non sono casuali: sono stati dati da persone che quei luoghi li conoscevano davvero. Dentro un toponimo può esserci già un racconto del territorio». Anche questa è geografia: imparare a leggere il paesaggio attraverso le parole che lo descrivono. Per Sapienza, un paesaggio si legge come si legge un testo: le parole ne custodiscono la memoria, i sentieri raccontano chi li ha attraversati e la natura conserva le tracce del tempo.

Durante i cammini, il paesaggio si legge insieme ai libri: si leggono poesie e pagine di narrativa, ma ci sono anche momenti di silenzio. «Nella musica non sono solo le note a emozionarci, ma anche le pause», osserva. «È nello stesso modo che il cammino lascia spazio all’ascolto dei boschi». Sapienza racconta come si svolgono i suoi cammini: «Alla fine del percorso chiedo ai partecipanti di scegliere una parola per descrivere l’esperienza vissuta. Le risposte sono quasi sempre tutte diverse tra loro; segno che la percezione di un luogo e le emozioni che suscita restano profondamente individuali. Eppure, un elemento accomuna tutti: un senso di “stordimento” e di benessere. Si cammina e si impara a sentire come ci si relaziona con l’ambiente. È una pratica di connessione: non siamo soli e mettersi in cammino con altri significa già essere pronti a condividere».

Quando perdiamo la capacità di leggere il territorio, perdiamo anche una parte del nostro rapporto con esso. «Quello che abbiamo già perso», spiega Sapienza, «è proprio questa consapevolezza. Io vivo qui da trentasei anni e ogni giorno mi innamoro di questi luoghi. Io sono questa geografia». Ognuno vive gli spazi a modo suo, la nostra storia si costruisce nei luoghi: ci appartengono e noi apparteniamo a loro. Nella pratica poetica si sviluppa la capacità di osservare e di leggere i paesaggi, ma anche di sentirsi parte del luogo in cui siamo, lasciando spazio all’emozione dell’esplorazione e della scoperta.

Una materia quasi scomparsa dalle scuole

Nei licei, però, la geografia venne assorbita nella geostoria negli anni della riforma Gelmini (2008-2010), costituendo un monte ore condiviso con la storia e senza alcuna garanzia di spazio dedicato. Negli istituti tecnici e professionali la riduzione fu ancora più drastica e, in alcuni indirizzi, la geografia scomparve del tutto. Le nuove Indicazioni nazionali per i licei e Linee guida per gli istituti tecnici, pubblicate dal ministero dell’Istruzione quest’anno, non hanno invertito la tendenza. Negli istituti tecnici le ore restano ridotte, mentre nei licei storia e geografia tornano separate ma senza un aumento del tempo complessivo a disposizione. Secondo l’interrogazione parlamentare presentata dai senatori Barbara Floridia e Riccardo Pirondini del Movimento 5 Stelle al ministro dell’Istruzione, nell’ultimo decennio i docenti di geografia degli istituti tecnici hanno perso oltre il 40 per cento delle ore di insegnamento. Il risultato è una disciplina che, per molti studenti, continua a coincidere con un esercizio mnemonico fatto di capitali, fiumi e montagne. Eppure, il termine greco da cui deriva la parola “geografia” (γεωγραϕία, composto da γῆ, “terra”, e γραϕία, “descrizione”) ne indica chiaramente il significato. Per Davide Sapienza, quel verbo – “descrivere” – passa prima di tutto dall’esperienza. 

La consapevolezza che rende liberi

Sapienza sa che la geopoetica porta alla consapevolezza, e la consapevolezza porta alla libertà. Per questo, dice, la geografia è pericolosa: perché ci invita a esplorare chi siamo e dove siamo e ci ricorda che senza assecondare l’impulso alla scoperta dell’ambiente in cui viviamo non è possibile riattivare quel legame che ha reso umana la nostra specie, nel corso della sua storia.

Se la scuola dedica sempre meno spazio alla geografia, esperienze come quelle di Sapienza ricordano che conoscere un luogo non significa soltanto saperlo individuare su una carta. Significa imparare a leggerlo, ascoltarlo, riconoscersi dentro il paesaggio. Perché, come dice il geopoeta, «noi siamo questa geografia».

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