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Generazione Peter Pan: quei giovani italiani che non riescono a diventare grandi

A che età si diventa adulti? In Italia, a 35 anni. È una cifra arbitraria che ha tuttavia un peso notevole nell’esclusione sociale dei giovani del nostro Paese. Abbiamo parlato con sociologi, giovani e politici per comprendere meglio questo fenomeno

Pochi come Joseph Conrad hanno saputo descrivere la complessità del passaggio alla vita adulta. «Si va avanti. E il tempo, anche lui va avanti; finché dinnanzi si scorge una linea d’ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro», scrive lo scrittore nella sua Linea d’ombra.

Si tratta di un momento della vita complesso. Cosa vuol dire, in fondo, diventare adulti? Qual è la fatidica linea d’ombra da superare? L’indipendenza economica? Diventare genitori?

Per Olivier Galland, sociologo francese specializzato nello studio delle età della vita, la definizione è tanto più difficile in questo periodo storico. Rispetto al secolo scorso, c’è stata, secondo il sociologo, una «desincronizzazione dei diversi passaggi all’età adulta»: andare a vivere da soli, sposarsi, trovare un impiego sono eventi che prima avvenivano in un tempo della vita molto ridotto. Oggi, si tratta di cambiamenti che si mescolano, spalmati su più anni e molto più complessi.

È una soglia, poi, che ogni Paese traccia in modo arbitrario. Youth Policy Labs, che si occupa di monitorare le politiche rivolte ai giovani nel mondo, registra l’età scelta in tutti i Paesi per indicare l’inizio dell’età adulta, sulla base delle politiche rivolte ai giovani. In Italia, questa soglia è fissata a 35 anni. Alzando lo sguardo oltre i nostri confini, però, si ha un moto di sbigottimento. Nella maggior parte degli altri Stati europei, si è considerati adulti ben prima: a 29 anni in Francia e in Spagna; a 26 in Germania; a 24 in Irlanda e in Austria. Una discrepanza notevole, non priva di conseguenze.

Un’esclusione sociale sistemica

I cinque criteri da manuale per decretare l’ingresso nell’età adulta sono la fine degli studi, un impiego stabile, l’autonomia economica, l’indipendenza abitativa, la possibilità di creare una propria famiglia.

I giovani italiani imbarcano acqua da tutte le parti: l’impiego stabile resta per molti un’utopia e, di conseguenza, l’indipendenza economica. Anche a causa di questa precarietà, gli italiani sono tra gli ultimi in Europa a lasciare casa dei genitori, verso i trent’anni, secondo Eurostat. Per quanto riguarda la possibilità di far figli, siamo il secondo Paese più vecchio al mondo secondo la classifica stilata dal World Economic Forum. Ci stiamo estinguendo, preceduti solo dal Giappone.

Sonia Bertolini, sociologa del lavoro e autrice del saggio Giovani senza futuro? Insicurezza lavorativa e autonomia giovanile in Italia, ci espone i risultati di uno studio condotto a livello europeo su cosa significhi diventare adulti: «I giovani italiani hanno fatto maggiormente riferimento a una dimensione più psicologica del diventare grandi. Hanno insistito sul senso di responsabilità che accompagna questo passaggio, più che sulle tappe del processo». Un senso di responsabilità, secondo Bertolini, svilito senza sosta dal sistema che in teoria dovrebbe accompagnarli: «I giovani italiani sono esclusi da ogni tipo di politica. Non perché volontariamente si voglia precludere loro l’accesso, ma perché ce ne si dimentica».

Quest’oblio si traduce in mancanza di sussidi che incoraggino l’autonomia abitativa e l’accesso a un primo impiego: una dimenticanza che sposta sulle spalle della famiglia il peso di un welfare che lo Stato non prende su di sé. Abbiamo interrogato il sottosegretario al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Claudio Durigon sulla recente soppressione del bonus giovani e sull’età avanzata del passaggio alla vita adulta. Ha risposto: «È, purtroppo, un fattore culturale che ci portiamo dietro da tanto tempo. Le difficoltà di accesso al mercato del lavoro influiscono, ma non possiamo considerarla l’unica causa. Dal punto di vista del governo, abbiamo deciso di tagliare misure che disincentivavano il lavoro come il reddito di cittadinanza, che hanno avuto l’effetto di ingessare il mercato. A questo immobilismo, noi abbiamo risposto con gli incentivi alla formazione dei lavoratori. Credo che il momento in cui si diventa davvero adulti è quando si capisce l’importanza di investire su sé stessi».

I giovani italiani in primis percepiscono come problematica la loro esclusione sociale: «A livello politico», racconta Domenica Del Prete, ventiquattrenne portavoce dell’associazione 20e30, «è più facile che si diffonda una narrativa del giovane medio indolente piuttosto che ammettere che il governo ha dei limiti. La situazione è questa: ci sentiamo odiati dal nostro Paese che, invece di agevolarci, ci svantaggia».

Una percezione soggettiva condivisa: secondo l’ultimo rapporto Censis sulla società italiana nel 2023, sei giovani italiani su dieci sono convinti di contare poco nella società. «Questo», riprende Bertolini, «ha delle gravi ripercussioni sui percorsi di vita. La percezione dell’esclusione provoca un sentimento di insicurezza che è tanto importante quanto la realtà oggettiva. I giovani sono in una fase della vita in cui prendono decisioni cruciali per il loro futuro. Questa percezione ha delle forti conseguenze reali». Di questo passo e nonostante tutti gli sforzi, In Italia si rischia di non diventare mai grandi. Qualsiasi cosa questo voglia dire.

L’illusione dei “finti giovani”

Il rapporto Censis descrive la società italiana come «affetta da un sonnambulismo diffuso» di fronte al fatto che, nel 2050, avrà perso 4,5 milioni di residenti. Scenderanno di 9,1 milioni gli under 65 e cresceranno di 4,6 milioni le persone anziane, con tutte le conseguenze del caso: un aumento della spesa pubblica unita a una diminuzione drastica delle persone attive. Dei giovani, quindi. Senza che questo calo comporti per loro alcun tipo di vantaggio.

«In Italia, si ha difficoltà a far posto ai giovani, ad affidare loro responsabilità», commenta Galland. «Ma sono scelte patriarcali e gerontocratiche che non favoriscono il dinamismo di una società. Il suo invecchiamento spinge la piramide delle età verso l’alto e rende gli adulti finti giovani». Una delle cause del problema risiede quindi nell’invecchiamento del Paese: i giovani rimangono tali più a lungo di quanto non lo siano in realtà o di quanto non lo sarebbero in altri contesti a loro più favorevoli. Questa percezione, accompagnata da una retorica negativa che li descrive come pigri, choosy e mammoni, si è imposta come uno specchio deformato della realtà. Uno specchio cui gli stessi giovani in molti casi non riescono a sottrarsi.

La spinta dell’ingresso nell’età adulta verso l’alto avrebbe dovuto garantire loro un accesso prolungato ai mezzi per diventare autonomi. Si è ottenuto l’inverso: una folla di giovani in panchina, frustrati dall’attesa che i più anziani si decidano a lasciarli entrare in campo.

Giovani italiani: non chiamateli choosy

I ragazzi italiani sono dunque spinti al margine di una società anziana, costretti a lavori precari o alla fuga all’estero. Eppure, molti di loro si adoperano per invertire la tendenza. «Nella nostra generazione non vedo nessuno che possa o debba essere infantilizzato», spiega Alessia Conti, presidentessa del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (Cnsu). «Anzi, vedo l’ardore, la forza e la volontà di rivendicare i propri diritti negli studi e nel mondo del lavoro. Sui giornali, si legge di settori in crisi per mancanza di giovani lavoratori. Ma che tipo di contratti ci vengono proposti? Che tipo di vita ci viene offerta?»

Anche Bertolini intravede segnali di cambiamento e descrive i ventenni di oggi come più attivi rispetto alla generazione precedente, dotati di una nuova voglia di alzare la voce e farsi sentire. Staremmo, dunque, assistendo alle primizie di un’inversione di rotta. Sperando che loro, i veri giovani, superino la linea d’ombra senza cedere alle sirene della disillusione.

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