Per fortuna, è il sindacato che gli paga le spese legali. Altrimenti, il giornalista Gabriele Nunziati non avrebbe potuto fare causa ad Agenzia Nova, che lo ha licenziato lo scorso autunno per aver chiesto alla Commissione europea se Israele dovesse pagare per la ricostruzione della Striscia di Gaza. «Il fatto che la giustizia diventi una questione di classe», dice dall’altro capo del telefono, da Bruxelles – «anche questa è una forma di limitazione alla libertà di stampa».
Nunziati lavorava per Agenzia Nova a tempo pieno. Collaborava già nella sede di Roma, poi l’avevano mandato a seguire da solo Consiglio europeo, Commissione europea, Parlamento europeo e talvolta anche eventi della Nato. È durata un mese.
Era la sua unica entrata, quella con cui pagava l’affitto, le bollette e il cibo. Ora fa il freelance. Non gli è stata data altra scelta. È rimasto a Bruxelles, ha iniziato collaborazioni sporadiche, pagate a pezzo, quando capita. Sa che con quello che è successo e con le scelte che ha fatto lavorare nel settore sarà ancora più difficile. «Ormai mi conoscono. E, pure se non mi conoscono, prima di assumermi cercano il mio nome su Google ed esce la mia storia. Alcune realtà non mi prenderanno perché sanno che non sto zitto e rivendico i miei diritti in sede legale».
Ha deciso di farlo un po’ per rabbia, un po’ per giustizia. Per sé, ma anche per la categoria. «Anziché essere protetto dalla mia agenzia, sono stato cacciato. Ormai, lavorare per una testata, a livello di tutele e non solo, è come essere un freelance».
Prima si era rivolto a un altro avvocato che gli aveva chiesto, solo per iniziare la causa, una cifra per lui improponibile. Stava per rinunciare ma poi, su consiglio di un’amica, Nunziatisi è messo in contatto con il piccolo sindacato Stampa Romana, che ha deciso di coprire le sue spese legali per supportarlo in modo pratico e non solo simbolico. A schierarsi dalla parte del giornalista, anche Amnesty International Italia e l’Ordine dei giornalisti. Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine Carlo Bartoli ha dichiarato che se «porre domande è il fondamento della professione giornalistica, porre domande scomode e non gradite lo è ancora di più».
Ma perché la domanda era scomoda? Ci siamo messi in contatto anche con Agenzia Nova, ma hanno ritenuto inopportuno rilasciare ulteriori dichiarazioni fino alla definizione del giudizio. Quello che hanno dichiarato in passato a Fanpage è che la domanda posta dal giornalista alla portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, è stata ritenuta dai vertici dell’agenzia «tecnicamente scorretta». Nunziati conferma che ci sono state comunicazioni telefoniche in cui gli è stato ribadito più volte che mentre la Russia ha attaccato, dunque ha la responsabilità di pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, Israele è stato invece vittima di un attacco. Sarebbero perciò situazioni diametralmente opposte e la domanda si porrebbe su premesse sbagliate.
«In realtà, poi, la stessa domanda è stata posta altre volte alla Commissione europea», replica Nunziati, «e c’è stata anche un’interrogazione dei deputati europei che ha ricevuto una risposta firmata dalla vicepresidente Kaja Kallas, in cui di fatto si riconoscono i presupposti della domanda: non abbiamo avuto accesso a Gaza, dunque non conosciamo il valore economico dei danni, però il diritto internazionale prevede che chi causa un danno, lo ripaghi. Quindi sì, Israele dovrebbe pagare».
Nunziati non è l’unico giornalista occidentale che ha perso il lavoro dopo aver posto una domanda scomoda o espresso commenti critici su Israele. «Molti colleghi hanno così paura di opporsi al sistema di potere che probabilmente hanno sbagliato mestiere. Così, per chi decide di non cedere alle pressioni è ancora più difficile», spiega il giornalista. «Il fatto che le paghe siano già ridicole è una forma ulteriore, indiretta e subdola di limitazione della libertà di stampa. Il precariato è una delle principali minacce al giornalismo. Mi piacerebbe avere la possibilità, quando sarò di nuovo in Italia, di discutere con l’Ordine dei giornalisti», commenta Nunziati. La tutela dagli abusi – che, essendo stata limitata alla pubblicazione di comunicati stampa di sostegno, svolge una funzione un «po’ tiepida» – resta in capo alla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), sindacato unitario dei giornalisti italiani. Ma, fatta eccezione per Stampa Romana, Gabriele Nunziati non ha ricevuto solidarietà concreta da parte di nessuno. «Appena esplode la bomba, El País e la CNN ti chiamano, i politici ti vogliono vedere, tutti ti cercano, tutti ti vogliono. Poi l’attenzione scema e resti tu, da solo, senza un lavoro».





