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Fertili di colpe, sterili di futuro: perché in Italia fare figli è solo responsabilità delle donne

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Ogni anno in Italia il tasso di fertilità cala, registrando nuovi record negativi, secondo alcuni perché le donne non vogliono saperne di avere figli. Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con Letizia Mencarini, professoressa di Demografia presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi

Le donne hanno iniziato a studiare e a lavorare e sembrano aver scoperto che la realizzazione di sé non passa solo dalla maternità. Quindi non vogliono più fare figli: di conseguenza, il tasso di fecondità sta calando a picco. È solo colpa delle donne. Le statistiche ufficiali e l’informazione mainstream continuano a parlare di numero di figli per donna, come se le femmine umane fossero capaci di clonarsi senza il contributo di un maschio umano. «È un problema culturale grave che la fertilità sia considerata una questione solo femminile, mentre invece si tratta di genitorialità di coppia e di responsabilità condivisa», spiega Letizia Mencarini, professoressa di Demografia presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi. «Da anni l’Unione europea cerca di introdurre un discorso di diritto alla genitorialità anche per gli uomini, per consentire loro ad esempio di poter stare con i propri figli. In Italia questa istanza è sentita molto poco: spesso si parla di maternità e non di genitorialità. La narrazione è sbilanciata e riduce la fertilità a una questione delle donne, mentre è una responsabilità degli uomini e delle donne, insieme».

L’abbiamo letto e sentito ovunque: l’Istat riporta che «il numero medio di figli per donna raggiunge il minimo storico: nel 2024 si attesta a 1,18, in flessione sul 2023 (1,20). La stima provvisoria relativa ai primi sette mesi del 2025 evidenzia una fecondità pari a 1,13». È una crisi demografica che rischia di compromettere il futuro del Paese e che va oltre le sole condizioni economiche e sociali, toccando una profonda questione culturale.

«La fecondità delle donne con cittadinanza italiana, attorno a 1,11 figli, rappresenta uno dei tassi più bassi in Europa. Inoltre, il dato si stratifica nella percentuale di donne che concluderanno il ciclo fertile senza avere figli, arrivando al 28 per cento per la generazione nata nel 1985 e superando il 40 per cento nella fascia del Sud Italia». Prima di chiedersi perché non si fanno figli, dovremmo chiederci perché non si sta insieme e perché chi sta insieme non fa figli.

In Italia, la precarietà non è solo economica: è strutturale nelle vite di tante coppie giovani che vorrebbero costruire una famiglia. L’accesso alla casa è uno degli ostacoli più evidenti: mutui difficili da ottenere, affitti alle stelle e un mercato immobiliare che drena ogni possibilità di stabilità. Mencarini sottolinea che «non si può pensare di rilanciare la natalità solo dando soldi a chi ha già tre figli. I fertili sono infatti una minoranza e le politiche spesso si limitano a premiarli senza preoccuparsi di quella larga fascia che senza condizioni migliori finisce per rinunciare a formare una famiglia».

A ciò si aggiunge una cultura della sfiducia, un pessimismo diffuso nelle classi più giovani che ben conoscono le difficoltà e vedono i pochi interventi statali come imprevedibili e incoerenti. «Durante i mesi della pandemia abbiamo osservato come i concepimenti oscillassero in base alle ondate del Covid: quando c’era più ottimismo, aumentavano i concepimenti, mentre nelle fasi di recrudescenza, come durante la seconda ondata, la paura e l’incertezza facevano crollare il numero dei nati. Questo andamento riflette bene quanto fare un figlio oggi sia una decisione ponderata e gravata da molte incertezze».

Dalla necessità di far capire come la fertilità sia una questione di coppia, e quindi anche degli uomini, nasce la tesi della professoressa Claudia Goldin, vincitrice nel 2023 del Nobel per l’economia: il calo globale della fertilità nelle società avanzate è la conseguenza di uno squilibrio tra la crescente autonomia femminile e una tradizione maschile ancora profondamente ancorata alla divisione patriarcale del lavoro domestico e genitoriale. Goldin ci ricorda che le donne moderne cercano autonomia, studio, carriera, ma non trovano uomini parimenti impiegati nell’equità domestica. Se l’uomo rimane distante dal carico familiare, le donne, per fare tutto da sole, rinviano o abbandonano la maternità.

Questa distorsione culturale alimenta tutte le dinamiche di svantaggio e impedisce di affrontare il problema di petto. Finché la fertilità sarà vista come un tema individuale femminile non si potrà invertire il trend demografico. Le scelte di fare o non fare figli dovranno tornare a essere quelle di una coppia, di una comunità, e non di una donna. In un’Italia che invecchia e si svuota, questa non è una questione di numeri, ma di giustizia sociale e prospettiva per il futuro. Solo una rivoluzione culturale che metta al centro l’equità di genere potrà restituire respiro e dignità alla maternità e alla natalità.


Cosa sceglierebbero gli italiani se potessero avere un solo figlio

Lo studio internazionale Gender preferences for children in an era of low fertility condotto su oltre ventimila persone in otto Paesi ha rivelato che, se potessero avere un solo figlio, il 60 per cento degli italiani (uomini e donne) preferirebbe un maschio. In Norvegia, invece, la risposta dominante è che non importa il sesso. Non è coincidenza: dove le donne hanno autonomia reale e il carico domestico è condiviso, il sesso del figlio cessa di importare. In Italia, dove questa preferenza rimane radicata, il risultato rispecchia una cultura ancora profondamente patriarcale dove il figlio maschio rappresenta la continuità e il potere familiare.

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