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La crisi climatica attraverso le environmental humanities

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La crisi climatica è una crisi del nostro modo di pensare: dalla tutela dei fiumi alla giustizia climatica, le environmental humanities – che attraverso un approccio umanistico studiano le conseguenze culturali della crisi climatica – offrono una nuova grammatica dell’abitare i luoghi e gli ecosistemi. Un cambio di paradigma che oggi trova a Venezia con il NICHE, il suo faro

Nel 2017, durante la Biennale di Venezia, due mani monumentali emersero dal Canal Grande per sorreggere la facciata di Ca’ Sagredo. L’opera si chiamava Support ed era firmata da Lorenzo Quinn. Nel 2026, il Padiglione Venezia accoglie Echo/SommersiVo, un’installazione generativa guidata dall’intelligenza artificiale che trasforma la laguna in un’opera acustica. Entrambe le opere condividono la stessa urgenza: spostare la questione del “come salvare l’ambiente” dai puri dati tecnici a nuovi modelli culturali. Ci ricordano che la crisi ecologica, dopotutto, è una crisi di un modo di pensare, rimasto intrappolato per secoli in una dicotomia tra natura e cultura.

È per ricucire questa frattura profonda che le environmental humanities sono diventate una campo di ricerca imprescindibile. Le loro radici affondano nella storia ed etica ambientale, ma ricevono una spinta decisiva dalle prospettive femministe e postcoloniali. Thinking Through the Environment, Unsettling the Humanities (2012) può essere considerato la pietra miliare che ha contribuito a istituzionalizzarle. Come scriveva l’antropologa Deborah Bird Rose, queste discipline portano le domande su significato, giustizia ed etica dentro i domini ambientali per «articolare una nozione più “densa” di umanità», collocandoci come «partecipanti a ecologie vive di significato e valore, intrecciati a trame complesse […] che plasmano ciò che siamo e i modi in cui possiamo “divenire con” gli altri». 

Il “divenire con” gli altri – dove gli altri sono i fiumi, i microbi, gli animali e le piante – segue precisi percorsi di ricerca che, oltre le aule universitarie, stanno ridisegnando il diritto, l’economia, l’arte e l’urbanistica. Nel filone dell’antropologia multispecie, di cui l’antropologo Tim Ingold è uno dei massimi esponenti, si studia l’essere umano come entità prodotta dalle sue relazioni concrete con gli altri organismi viventi. Questa prospettiva ha aperto la strada al riconoscimento dei diritti legali della natura, per cui oggi, fiumi e lagune stanno ottenendo lo status di persone giuridiche. Dalla Nuova Zelanda con il fiume Whanganui, difeso in tribunale dalle comunità māori, fino all’Europa con la laguna del mar Menor in Spagna, che dal 2022 ha il diritto legale di rigenerarsi contro l’inquinamento agroindustriale. C’è poi il filone delle ecologie post-disastro, che studiano la vita che ricomincia dopo una catastrofe, valorizzando le reti di solidarietà immediate. È un campo che ha aperto la strada a pratiche di citizen science, dove le comunità collaborano con scienziati e attivisti per guidare la ricostruzione dal basso. Lo si è visto in Italia, dopo la tempesta Vaia sulle Alpi orientali: università, designer e comunità locali hanno dato vita a progetti di economia circolare per recuperare il legno degli alberi abbattuti. 

Se le ecologie post-disastro operano sul territorio, le scienze umane per l’ambiente sanno anche allargare l’inquadratura. Guidato da studiosi come lo storico Dipesh Chakrabarty, c’è tutto un asse che smonta il concetto di antropocene, ossia l’idea che l’intera specie umana sia indistintamente responsabile del cambiamento climatico, lottando per una riconfigurazione della giustizia climatica. Lo dimostra l’azione legale delle piccole nazioni insulari come Tuvalu e Vanuatu, che hanno guidato una coalizione per portare la crisi climatica davanti alla Corte internazionale di giustizia, chiedendo che gli Stati ad alte emissioni siano ritenuti legalmente responsabili, ottenendo, nel 2025, un parere consultivo che chiarisce gli obblighi degli Stati e, il 20 maggio 2026, l’approvazione di una proposta di risoluzione dall’Assemblea generale dell’Onu.

Tornando a Venezia, è proprio qui che si è consolidato il più importante avamposto europeo di questa rivoluzione culturale: il NICHE (The New Institute Centre for Environmental Humanities) dell’Università Ca’ Foscari. Un polo d’eccellenza che oggi coordina decine di ricercatori internazionali e fa da incubatore a percorsi accademici pionieristici – come la prima laurea magistrale in Italia interamente dedicata alle environmental humanities, che attira ogni anno centinaia di studenti e richieste da oltre trenta nazioni. Un avamposto per chiedersi se avere cura di un luogo, e dell’ambiente, implichi imparare di nuovo ad abitarlo con modelli culturali rinnovati. 

Dall’abbraccio delle mani del 2017 all’ascolto generativo del 2026: nessuna comunità cambia davvero senza un nuovo racconto di sé. 

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