Da gennaio 2024 ad oggi, lo Stato ha stanziato almeno 2,4 miliardi di euro per interventi legati a frane, alluvioni, valanghe, erosioni costiere e altri fenomeni atmosferici altamente impattanti per gli esseri viventi [e bene notare che le cifre stanziate non si tramutano direttamente in soldi effettivamente spesi, ma rientrano negli stanziamenti previsti tra piano Mase 2024, programmazione 2025, nuovo programma nazionale 2025-2030 e avvio della programmazione 2026, ndr]. Nello stesso periodo, una bozza di disegno di legge per un piano nazionale contro il dissesto idrogeologico, trasmessa il 29 dicembre 2023 al ministero dell’Ambiente da Casa Italia, è rimasta ferma. Un’inerzia sulla quale pendono più ombre che luci, dato che i due dicasteri coinvolti – quello che fa capo al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, e il ministero della Protezione civile, a cui risponde Casa Italia – si rimbalzano responsabilità senza riuscire a convenire su una motivazione comune.
Il testo, articolato in quindici punti, prevede tra gli interventi un sistema nazionale di difesa del suolo e una cabina di regia guidata dal presidente del Consiglio, che accentri a Palazzo Chigi la gestione del dissesto. Inoltre, stando alla bozza, gli interventi superiori ai 10 milioni di euro verrebbero affidati alle autorità di bacino distrettuale, con programmazione pluriennale, target verificabili, controlli periodici e una piattaforma nazionale per dati e monitoraggio in tempo reale.
Una struttura articolata e diffusa per contrastare il dissesto idrogeologico che, però, ad oggi rimane sulla carta. Intanto, l’Italia continua a franare, allagarsi e ricostruire. E, se è vero che gli eventi atmosferici possono essere imprevedibili, provare a prevenire anziché intervenire solo a posteriori sembra una necessità ormai non più rinviabile.
La bozza è diventata terreno di frizione interna al governo. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, a inizio aprile ha portato alla ribalta l’esistenza del disegno di legge e ha pubblicamente sollecitato gli uffici del Mase (ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica) a licenziare il documento. Nella stessa occasione, l’ex governatore siciliano non ha mancato di lamentare una certa inerzia da parte degli uffici di via Cristoforo Colombo. Dal canto suo, Pichetto fa sapere che il dicastero ha già replicato, con una nota datata 23 settembre 2024, sollevando diverse criticità alla bozza firmata Casa Italia.
Le valutazioni tecniche del Mase contestano, tra le altre, la capacità del testo di affrontare davvero la programmazione degli interventi, l’immobilismo delle Regioni nella fase preparatoria dei piani e la compatibilità giuridica con altre normative. Inoltre, le sette autorità di bacino non sarebbero, secondo il dicastero di Pichetto, adeguatamente attrezzate per la gestione diretta dei lavori.
Il risultato, stando alla ricostruzione fatta trapelare dal Mase, è che il ministero della Protezione civile ha mandato indietro – a inizio aprile scorso, un anno e mezzo dopo la nota ricevuta – un documento identico al precedente, non accogliendo neanche una delle osservazioni ricevute. Ne consegue un provvedimento né approvato, né respinto, sospeso tra veti tecnici e competizione tra dicasteri. Musumeci chiede di chiudere l’istruttoria, Pichetto risponde che si attendono controdeduzioni alle osservazioni sollevate.
Il dissesto idrogeologico non è più solo un capitolo tecnico, ma una delle grandi questioni politiche mondiali sulle quali i governi si giocano buona parte della propria credibilità. E, mentre i ministri gareggiano, i territori fanno i conti con disastri ambientali e costi pubblici crescenti.
Secondo l’Ispra, il 94,5 per cento dei comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera; il 19,2 per cento del territorio nazionale è classificato a maggiore pericolosità per frane e alluvioni; 1,28 milioni di persone vivono in aree a minaccia elevata o molto elevata e 6,8 milioni sono esposte al rischio alluvioni di pericolosità idraulica media. In pratica, l’emergenza occasionale è già diventata normalità amministrativa.
La bozza, inoltre, accoglierebbe almeno virtualmente ciò che viene invocato dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance). A metà aprile, durante il convegno Un piano per l’Italia, Ance ha presentato un programma in cinque punti che abbraccia le ipotesi delineate dalla bozza: cabina di regia a Palazzo Chigi, struttura stabile per accelerare l’approvazione dei progetti, sistema unico di raccolta dati e monitoraggio, programmazione finanziaria di lungo periodo.
Il convegno ha inoltre ospitato la presentazione del rapporto Ance-Cresme, che ha restituito uno scenario drammatico. Dal 2010 a oggi risulta che sono 21,6 i miliardi di euro destinati al contrasto del dissesto idrogeologico, con circa 19 miliardi assegnati a 24.036 interventi. Tuttavia, i lavori conclusi valgono appena 3,9 miliardi, pari al 20 per cento del finanziato. Ancora più grave è il dato sui cantieri: il 38 per cento degli interventi finanziati risulta ancora da avviare o privo di informazioni aggiornate.
Raccontati i fatti, rimangono le ipotesi politiche. Tagliare un nastro dopo un’alluvione, nominare un commissario, promettere ristori e visitare i territori colpiti sono azioni visibili e roboanti. Una mente malpensante potrebbe supporre che alla credibilità di un governo giovino più interventi riparatori nel corso della legislatura, piuttosto che una programmazione preventiva a inizio mandato. E ancora, considerato che fra un anno si terranno le elezioni, l’emanazione di un altisonante piano contro il dissesto idrogeologico proprio a ridosso del voto potrebbe portare consensi?
Solo i ministri coinvolti potrebbero anticipare le risposte. Intanto, quel che ci resta è una partita di ping pong che, ahinoi, non è la sceneggiatura di un secondo capitolo sulla vita di Marty Supreme.





