«Sono una giornalista. Scrivo di politica americana. Devo preoccuparmi?». È l’unica ad apparire in video durante l’incontro online organizzato da un’associazione di aiuto ai migranti a proposito di richieste di cittadinanza negli Stati Uniti. Gli altri si limitano a scrivere. Di solito i partecipanti a questi incontri sono migranti che l’inglese lo masticano poco. Per Enrica Nicoli Aldini, invece, l’ossessione per gli Stati Uniti è iniziata alle medie proprio perché si era appassionata alla lingua. A quasi trentasette anni, ha passato un terzo della sua vita negli Usa. Si è trasferita per frequentare la scuola di giornalismo a Chicago nel 2015, l’anno della campagna elettorale culminata nel primo mandato di Donald Trump. Ha sempre scritto ma, dopo aver lavorato per sette anni a Google News, dal 2023 è una scrittrice e giornalista indipendente a tempo pieno. Ora chiede all’avvocata sullo schermo: «Se il Dipartimento di Stato esaminasse quello che scrivo, potrebbe rifiutare la mia domanda di cittadinanza?».
«Il rischio è basso, ma c’è», riflette Nicoli Aldini qualche giorno dopo la risposta affermativa dell’avvocata. A Boulder, in Colorado, sono le otto del mattino. Sta bevendo una tazza di caffè italiano, un prodotto straniero che ha subìto un aumento di prezzo dopo l’imposizione dei dazi commerciali da parte degli Stati Uniti. «Quando Trump si era insediato da poco», racconta, «i miei amici mi scrivevano: “Sei pazza? Ho appena letto il tuo ultimo articolo”. Anche mia mamma mi diceva di stare attenta». Gran parte del suo lavoro, la sua newsletter, si basa sul racconto dei problemi che ci sono negli Stati Uniti, compresa la critica nei confronti dell’amministrazione Trump. Adesso queste prese di posizione potrebbero non passare al vaglio. Essere bollate come spirito anti americano. «Nessuno avrebbe mai pensato che negli Stati Uniti ci si dovesse preoccupare di quello che si scrive. Qui il giornalismo è più disciplinato, più rigoroso. Una volta non dovevo preoccuparmi di nulla. Ma, dall’anno scorso, è cambiato tutto in questo Paese.»
Dalla seconda era di Trump. I suoi critici sostengono che la preoccupazione del presidente per la libertà di parola si limiti a quella che la sua amministrazione ritiene accettabile. Eppure, il primo emendamento protegge il diritto di esprimersi liberamente. Se davvero la sua domanda di cittadinanza venisse respinta a causa del contenuto dei suoi articoli, Nicoli Aldini potrebbe anche fare causa al Dipartimento di Stato per aver violato la costituzione. Ma c’è un dubbio. Le libertà costituzionali si estendono anche a chi non è cittadino degli Stati Uniti? «Ci sono correnti interpretative diverse. C’è chi da un punto di vista giuridico può dire: non sei cittadina statunitense, quella libertà non ce l’hai».
Ma la giornalista non ha intenzione di censurarsi. «Non è giusto. Correrò il rischio. Sono una cittadina italiana: il passaporto italiano, come qualsiasi passaporto europeo, è più forte di un passaporto statunitense. Ci sono persone che vengono da Paesi e situazioni socioeconomiche molto più svantaggiate, fanno lavori diversi dal mio, e questo rischio non lo possono correre». Spesso sono loro i protagonisti dei suoi reportage. Nicoli Aldini si occupa di giustizia sociale, immigrazione, diritti delle donne e sistemi di oppressione delle comunità marginalizzate. «Voglio sapere come si sentono queste persone. Restituire l’aspetto emotivo, quello che succede nel loro cuore».
Si sta preparando per andare a Minneapolis, dove a gennaio scorso, con l’operazione Metro Surge, si è toccato il culmine delle deportazioni di massa effettuate dall’Ice. Anche se adesso il mare è calmo, intervistare gli immigrati, seppure con la garanzia dell’anonimato, sarà difficile. «La gente ha paura di parlare», spiega la giornalista. «Il governo statunitense, se ti vuole punire, ti punisce»
«Spesso sui media manca la narrazione di quanto ordinaria sia la violenza dell’Ice. Trump ce l’ha a morte con i giornalisti. È segno che fanno un buon lavoro. Ma c’è una cecità anche nelle fonti mainstream. A inizio anno si è parlato molto di Renée Good e Alex Pretti perché erano due cittadini americani bianchi uccisi dall’Ice, ma quante persone non statunitensi, non bianche, muoiono in continuazione sotto la loro custodia».
Oggi l’Ice pubblica meno dati rispetto a quando Trump si è insediato, nonostante l’amministrazione sostenga di essere la più trasparente della storia. Dopo la disastrosa conclusione dell’operazione Metro Surge, gli arresti in libertà vigilata sono diminuiti. Il nuovo Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, lo ha descritto come un «modo discreto» di effettuare le deportazioni di massa, più incentrato sulla pressione agli immigrati irregolari affinché lascino volontariamente il Paese, perché il governo si impegnerà per impedire loro di rimanervi. «È una strategia politica per continuare a deportare, ma in maniera meno clamorosa», chiarisce Nicoli Aldini. «Anche perché ci sono le midterm. Più se ne parla, più fa male all’amministrazione. Anche nell’americano trumpiano succede qualcosa dentro quando vede che la famiglia di messicani che gli abita accanto da quarant’anni viene portata via. Non si può vivere così. Tutti sono stanchi».
«È difficile dire se ci saranno altri picchi. Se dopo le midterm il Partito Democratico riprendesse il controllo almeno della Camera, potrebbero esserci cambiamenti a livello di fondi, ma il Senato e la Presidenza rimarrebbero comunque in mano ai repubblicani. Non finirà. Lo hanno promesso». La trasferta a Minneapolis non la spaventa. Anche se nei suoi viaggi ha iniziato a portarsi dietro il passaporto e a condividere la posizione con il suo ragazzo e le sue amiche. Sono cose che prima non faceva. «Ma bisogna continuare a dire la verità», afferma, e tanto basta a tirare dritto. «Bisogna diffonderla, renderla accessibile, in modo capillare e sostenibile. Non mi autocensuro. Se mi succede qualcosa, ben venga. Avrò una bella storia da raccontare».





