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Come cottimo e clickbait hanno trasformato il giornalismo in una catena di montaggio

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Compensi da fame e produzione a cottimo costringono i freelance a sacrificare verifica e approfondimento. Intanto, la corsa degli editori a traffico e clickbait alimenta un circolo vizioso che impoverisce l’informazione e allontana i lettori

di Charlotte Matteini

Da anni, buona parte della stampa italiana propone ai propri lettori notizie che non sarebbero in realtà notizie. Racconti di imprenditori che si lamentano di non trovare personale, storie di studenti prodigio che si laureano in metà del tempo grazie alla sola forza di volontà, cronache di persone che una mattina si svegliano e cambiano vita senza sforzo. C’è un fil rouge che lega tutte queste notizie spesso gonfiate ad arte, costruite su un nulla presentato come evento. Non sono episodi isolati di superficialità, né il prodotto di qualche firma poco scrupolosa. Sono il catastrofico risultato di una trasformazione strutturale che ha iniziato a plasmare l’intera filiera dell’informazione italiana da più di un decennio. Da un lato, una forza lavoro sempre più precaria, pagata (poco) a pezzo è costretta a produrre in quantità per sopravvivere; dall’altro, il sistema editoriale, di fronte al crollo dei ricavi tradizionali, ha scelto come modello di business salvifico il traffico a ogni costo. Il risultato è un giornalismo che, in molti casi, non ha più il tempo né l’incentivo economico per fare ciò che dovrebbe definirlo tale: informare, approfondire e verificare.

Secondo i dati Inpgi, l’ente previdenziale dei giornalisti autonomi italiani, il reddito medio annuo dei liberi professionisti con partita Iva si attestava a 18.341 euro lordi nel 2025. Un dato presentato dallo stesso ente come positivo rispetto agli anni precedenti, ma comunque allarmante secondo lo stesso presidente Roberto Ginex: «Mentre le redazioni si assottigliano sempre di più, con un restringimento degli spazi del lavoro dipendente, aumenta la componente del lavoro autonomo e parasubordinato. Si tratta di un mutamento che spesso non nasce da scelte individuali, ma da un mercato del lavoro profondamente cambiato, nel quale sempre più colleghi e colleghe sono costretti a esercitare la professione in forme indipendenti, senza un adeguato riconoscimento retributivo».

I compensi a pezzo oscillano tra i 15 e i 50 euro lordi per articolo, con una media effettiva che in molte testate online non supera i 10 o 15 euro lordi. Alcuni colleghi lavorano anche per 3 o 5 euro lordi a pezzo. Insomma, per riuscire a racimolare un salario mensile sostenibile, un freelance deve produrre diversi pezzi al giorno, ogni giorno, senza pause. Come se fosse un automa, più che un giornalista. Mantenere questi ritmi implica una conseguenza prevedibile: il tempo a disposizione del giornalista verrà utilizzato per scrivere il più possibile, sacrificando quello che una volta sarebbe stato utilizzato per la verifica delle fonti o la telefonata di conferma, che un tempo era la norma e oggi è un lusso che il compenso non copre.

La legge sull’equo compenso, entrata in vigore nel maggio 2023, avrebbe dovuto correggere questa distorsione imponendo un pagamento proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro. Nella pratica quotidiana delle redazioni, soprattutto online, la legge resta in larga parte lettera morta: non esistono controlli sistematici e la contrattazione individuale tra freelance e committente è quasi sempre sbilanciata a favore di quest’ultimo, che continua a fissare tariffe che per la legge stessa sono inadeguate.

A questo si aggiunge un dato strutturale spesso sottovalutato: i freelance rappresentano ormai circa due terzi dell’intera platea giornalistica italiana attiva e guadagnano in media tra le quattro e le cinque volte meno dei colleghi assunti con contratto giornalistico. Se i freelance sono la manodopera a cottimo di questo sistema, gli editori ne sono l’architettura. Anche in questo caso i numeri spiegano meglio di ogni giudizio morale perché la cosiddetta notizia acchiappaclic sia diventata un format ricorrente e non l’eccezione.

Che le vendite dei giornali siano da tempo in caduta libera non è certo un segreto. I dati Ads di aprile 2026 fotografano un crollo pressoché verticale e generalizzato: nel confronto annuo, testate come La Stampa, la Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore registrano flessioni delle vendite comprese tra il 9 e il 15 per cento. Il rapporto 2025 sull’industria dei quotidiani, curato dall’Osservatorio tecnico Carlo Lombardi, certifica inoltre che nel solo 2024 le copie cartacee vendute in edicola sono calate di circa il 10 per cento e quelle digitali di quasi l’11 per cento, mentre il fatturato pubblicitario complessivo dei quotidiani si è contratto dell’8,7 per cento. 

Di fronte a un’emorragia di questa portata, cominciata più di dieci anni fa, la risposta di molti editori non è stata investire sulla qualità come leva differenziante. Molte testate, se non quasi tutte, hanno iniziato a inseguire il traffico a breve termine attraverso titoli sensazionalistici, contenuti a basso costo di produzione e un ritmo di pubblicazione insostenibile per un lavoro di approfondimento e verifica serio. È un cortocircuito comprensibile valutando la logica puramente economica, ma devastante per la qualità e la credibilità del prodotto informativo e della professione giornalistica. A complicare ulteriormente lo scenario si è aggiunta, negli ultimi mesi, la AI mode dei motori di ricerca: riassumendo comodamente la risposta complessa che l’utente avrebbe potuto trovare nell’articolo di un qualsiasi giornale, ha inferto l’ennesimo colpo ai magri ricavi del comparto editoriale italiano, comprimendo il traffico organico da web. Proprio sulla base di questo traffico organico molte testate avevano costruito il proprio modello di business, insieme al traffico da social, anch’esso compresso dalle modifiche degli algoritmi che privilegiano i contenuti che non inducono gli utenti a uscire dalle piattaforme.

Cottimo dal basso e clickbait dall’alto non sono fenomeni paralleli, ma si alimentano a vicenda. Un editore che misura il valore di un articolo in visualizzazioni tende a retribuire i freelance in base al volume prodotto, non alla qualità e men che meno al tempo dedicato alla verifica o alla complessità del tema. Di contro, il freelance che deve sfornare più pezzi possibili per arrivare a un compenso mensile dignitoso non ha margine per rifiutare un incarico mal pagato o per insistere su un controllo incrociato delle fonti, che richiederebbe ore di lavoro non retribuite. Il tempo per la verifica diventa un lusso che nessuno dei due lati della filiera può più permettersi: né chi scrive, sotto ricatto economico diretto, né chi pubblica, sotto pressione di bilancio.

È in questo contesto che vanno letti fenomeni come gli articoli-verità sull’imprenditore che non trova personale e simili. Articoli costruiti quasi sempre su una singola testimonianza non adeguatamente verificata, senza confronto con i dati, senza contraddittorio con organizzazioni sindacali o candidati scartati. O le notizie gonfiate, in cui un fatto minore o del tutto insussistente viene vestito da evento attraverso un titolo studiato ad arte per generare engagement sui social, salvo poi sgonfiarsi al primo controllo delle fonti primarie. Non sono errori casuali ma l’esito prevedibile di un sistema di incentivi che premia la velocità di pubblicazione e il potenziale virale, non l’accuratezza e soprattutto non la qualità.

Il rischio è che questo tipo di approccio eroda ulteriormente la fiducia dei lettori nei confronti dell’informazione professionale, alimentando così il calo di vendite e abbonamenti che ha innescato l’intero processo. È un circolo vizioso ben noto: meno risorse portano a contenuti più superficiali, i contenuti superficiali riducono la fiducia, la fiducia ridotta si traduce in meno lettori paganti e la contrazione dei ricavi comprime i compensi di chi scrive. Rompere questa spirale richiederebbe interventi su entrambi i lati della filiera: un’applicazione reale della normativa sull’equo compenso per i freelance, con controlli serrati e multe per chi trasgredisce, e modelli di business editoriali che tornino a investire premiando la qualità e non il mero volume di traffico generato. Nessuno dei due interventi, allo stato attuale, sembra essere all’ordine del giorno con la priorità che meriterebbe. Né da parte della politica, né da parte degli editori.

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