A Istanbul il Pride comincia prima che compaiano le bandiere arcobaleno. Appena le transenne circondano piazza Taksim, diverse fermate della metropolitana vengono chiuse e gli agenti iniziano a presidiare i possibili punti di ritrovo, allora è certo che la protesta queer si appresta alla manifestazione annuale nella capitale turca. Il 28 giugno la città era già stata ridisegnata dai divieti quando piccoli gruppi di persone della comunità Lgbtqia+ avevano iniziato a radunarsi nelle strade di Kadıköy, sulla sponda asiatica del Bosforo. Il corteo non ha seguito un percorso unico, componendosi e decomponendosi tra vie laterali e viali, virando la marcia per sottrarsi ai blocchi della polizia.
«La 24ª Marcia dell’Orgoglio di Istanbul si è svolta a Kadıköy con lo slogan “Out and Proud”. È cominciata intorno a mezzogiorno ed è proseguita fino alla sera in diversi punti del quartiere», racconta a Prismag Yusuf Çelik, giornalista e attivista Lgbtqia+ turco. «Prima della marcia erano già entrati in vigore i divieti del governatorato. Come negli anni precedenti, Taksim e l’area circostante sono state prima blindate, con pesanti conseguenze sul trasporto pubblico. Poi è stato vietato anche il raduno di Kadıköy. Nonostante questo, gli attivisti hanno sfidato il divieto e sono riusciti a marciare».
Il Pride di Istanbul è stato ostacolato sistematicamente dal 2015. Negli anni la manifestazione ha imparato a sopravvivere senza un palco, una piazza o un itinerario annunciato: gli appuntamenti vengono comunicati all’ultimo momento, i partecipanti si distribuiscono in gruppi più piccoli e il corteo prende forma in diversi punti della città. Quest’anno, però, il divieto si è inserito in una sequenza più ampia di avvenimenti: in una sola settimana, le autorità hanno ristretto molteplici spazi della comunità Lgbtqia+.
Il 26 giugno il quotidiano filogovernativo Yeni Şafak aveva preso di mira Tek Yön, uno dei locali gay più conosciuti e longevi di Istanbul, con un articolo dal titolo Che audacia: un club gay organizzerà una festa sul Bosforo. Al centro dell’attacco c’era un post social rivolto ai passeggeri della Mediterranean Gay Cruise 2026. Tek Yön aveva smentito la ricostruzione del giornale, precisando di non avere alcun ruolo nell’organizzazione della crociera e di non aver programmato feste a bordo. Il locale aveva semplicemente pubblicato un invito per una serata nella propria sede, in occasione della tappa prevista a Istanbul.
Il giorno successivo, 27 giugno, la prefettura di Beyoğlu ne ha disposto la chiusura per non meglio precisate «pratiche e attività non conformi alla normativa». Aperto dal 2008, Tek Yön era rimasto uno dei simboli della vecchia vita notturna queer di Beyoğlu, in una città dove molti luoghi Lgbtqia+ sono stati costretti a chiudere , o ad adattarsi, cambiando forma.
Il 28 giugno la stessa dinamica è toccata a zone pubbliche della città: piazza Taksim è stata isolata con le barriere e il divieto è stato esteso al distretto di Kadıköy. Quando le persone hanno iniziato a marciare, la polizia è intervenuta e il numero dei fermi è aumentato nel corso delle ore. Le prime comunicazioni parlavano di una trentina di persone. Nel pomeriggio gli organizzatori hanno aggiornato il bilancio ad almeno cinquanta. Yusuf, che ha ricostruito la giornata una volta conclusa la manifestazione, parla invece di almeno sessanta persone fermate: «La maggior parte nell’area della manifestazione», spiega. «Alcuni attivisti hanno denunciato abusi e altre forme di maltrattamento durante la custodia». Secondo Yusuf, la polizia avrebbe inoltre ostacolato la partecipazione di alcuni deputati dell’opposizione presenti sul posto per seguire l’intervento delle forze dell’ordine.
Tra i reporter portati via dalla polizia c’era Müberra Ünsal, che stava seguendo la marcia. Il sindacato dei giornalisti turchi Türkiye Gazeteciler Sendikası (Tgs) ha denunciato che «i giornalisti che documentano la Marcia dell’Orgoglio di Istanbul si sono trovati ancora una volta ad affrontare interferenze illegali», sottolineando che Ünsal era stata fermata nonostante si fosse identificata come giornalista. Anche la Dicle Fırat Gazeteciler Derneği, associazione di giornalisti attiva nel monitoraggio delle violazioni della libertà di stampa, ha diffuso un messaggio durante la giornata: «La nostra reporter Müberra Ünsal è stata fermata mentre seguiva la Marcia dell’Orgoglio Lgbtqia+ di Istanbul».
«I fermi sono continuati persino dopo la fine della marcia», prosegue Yusuf. «Un attivista che non aveva nemmeno partecipato al Pride è stato fermato in un altro punto della città e portato in commissariato. Un’attivista trans è stata presa mentre aspettava davanti alla sede della polizia di Vatan che gli amici in custodia venissero rilasciati». Gli agenti l’avrebbero trattenuta con il pretesto di un controllo Ggt, il sistema attraverso cui la polizia verifica identità, precedenti ed eventuali provvedimenti pendenti. Altri gruppi hanno denunciato controlli e fermi in varie parti di Kadıköy, in alcuni casi motivati dall’abbigliamento delle persone.
La sequenza non si è chiusa con il Pride. Il 5 luglio la Scarlet Lady, nave di Virgin Voyages noleggiata da Atlantis Events per una crociera con circa duemila passeggeri Lgbtqia+, è partita da Atene per un viaggio di dieci giorni che avrebbe dovuto includere Kuşadası e Istanbul. Le autorità della provincia di Aydın hanno però cancellato l’approdo previsto a Kuşadası, sostenendo che il gruppo era noto per comportamenti non conformi «alla struttura della nostra società e ai nostri valori morali». Anche la tappa di Istanbul è saltata e la nave ha dovuto cambiare itinerario.
Rich Campbell, presidente e amministratore delegato di Atlantis Events, ha spiegato che la società aveva già portato crociere gay in Turchia tredici volte in venticinque anni. Campbell ha dichiarato alla Cnn che, nei trentasei anni di attività di Atlantis, era la prima volta che alla compagnia veniva esplicitamente impedito di attraccare «per via di chi siamo». «È sconcertante», ha aggiunto, osservando che la crociera «non era una manifestazione politica» e che «una volta in porto, la nave appariva come qualunque altra nave da crociera».
In poco più di una settimana sono così stati colpiti tre diversi luoghi della visibilità Lgbtqia+ turca: un locale storico, lo spazio urbano attraversato dal Pride e persino l’accesso turistico ai porti. Non è detto che questi episodi siano stati dettati da un’unica decisione, ma condividono lo stesso linguaggio. La presunta tutela della morale, dell’ordine pubblico e della famiglia tradizionale viene utilizzata per restringere la possibilità delle persone Lgbtqia+ di incontrarsi, manifestare, esistere.
«Nonostante i divieti, l’intervento della polizia e i fermi, gli attivisti hanno completato il corteo», conclude Yusuf. «Hanno davvero rispecchiato lo slogan scelto per quest’anno: “Out and Proud”». Nella settimana in cui locali, strade e porti sono stati chiusi, il fatto stesso che il Pride sia riuscito ancora una volta a prendere forma è diventato il suo messaggio più potente.





