Dal 2017, nel vocabolario Treccani figura una nuova parola: “restanza”. Si tratta di un neologismo coniato dall’antropologo Vito Teti, che in vari saggi ne spiega il significato. Con “restanza” intende quella «posizione di chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo». Sebbene questa condizione possa riguardare chiunque, l’intento di Teti è declinare il concetto ai problemi del Meridione, primo fra tutti l’emigrazione massiccia. Dall’Unità d’Italia in poi, milioni di famiglie hanno lasciato la propria terra per cercare fortuna all’estero: questa tendenza si rafforzò negli anni del boom economico con intensi flussi migratori interni, diretti dal Sud soprattutto nelle grandi città industrializzate del Nord.
A partire erano soprattutto braccianti poco scolarizzati e senza nulla da perdere. Famiglie intere fuggivano dalle periferie arretrate e dalla miseria più nera, causata in larga parte dalla crisi occupazionale di quegli anni. Oggi, dopo quasi ottant’anni, la situazione rimane pressoché identica: stando infatti a un report stilato nel 2024 dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), entro il 2080 le popolazioni delle regioni sotto il Lazio potrebbero dimezzarsi, con un calo di oltre otto milioni di residenti. Il dato è allarmante non solo perché getta l’Italia – già tra i Paesi più vecchi d’Europa – in un cortocircuito demografico, ma anche perché ad andarsene sono per lo più giovani laureati (dal 26 per cento dei primi anni Duemila si è passati al 42 per cento in appena due decadi).
Non si può continuare a vivere in un Paese che sottostima le competenze delle generazioni più istruite del secolo, che costringe ad anni di stage non retribuiti, di precariato, di potenziali d’acquisto sempre più ridotti e, in generale, di previsioni di vita sempre peggiori. Davanti a simili prospettive l’emigrazione diventa l’unica strada percorribile per costruirsi un futuro. A questo diritto alla realizzazione – possibile solo andando via – Vito Teti contrappone un altro diritto, passato in sordina rispetto alla rivalsa individuale: quello del restare. Ma quanti possono davvero scegliere di rimanere?
Secondo uno studio condotto dalle ricercatrici Giulia Valeria Sonzogno, Giulia Urso e Alessandra Faggian per il Gran Sasso Science Institute, per i giovani delle aree periferiche la partenza assume più i connotati di una fuga obbligatoria che di un’occasione per fare carriera. Molti hanno palesato l’intenzione di voler continuare a vivere nelle proprie regioni d’origine, se solo non mancassero servizi essenziali di base nei comuni di provincia; se le grandi città non avessero costi proibitivi; se ci fossero reali opportunità professionali. A peggiorare la situazione ci pensano le istituzioni: non solo non hanno mai attuato dei veri piani di intervento ma, anzi, hanno decretato la morte di moltissimi comuni periferici definendoli «senza prospettive di rilancio» nel Piano strategico nazionale per le aree interne approvato lo scorso luglio.
Eppure, rispetto a una ventina d’anni fa, quando trasferirsi dal Sud al Nord o all’estero era sintomo di trionfi personali, oggi sembra esserci più consapevolezza. Ed è proprio per concretizzare questa nuova coscienza che nascono nuove espressioni linguistiche: oltre alla “restanza”, nel 2025 Treccani inserisce tra le sue pagine anche il termine “tornanza”. La parola si discosta dalla retorica irrealizzabile che invita in modo semplicistico a rientrare in patria e cerca invece di «valorizzare l’esperienza di chi è stato fuori, per poi poter tornare e incidere sul proprio territorio», spiega Flavio Albano (autore di un saggio intitolato appunto La tornanza e di un omonimo progetto di divulgazione sui social). Albano, in questo testo scritto insieme ad Antonio Prota, cerca di approfondire l’esperienza di coloro che, proprio grazie alle loro esperienze di mobilità, riescono a ritornare e a creare nuove opportunità lavorative nei luoghi da cui sono partiti. «È fondamentale esporsi ad altre culture per arrivare ad innovare la propria», ci dice. Sottolinea poi l’importanza di non farsi scoraggiare dalle statistiche sulle partenze, ma di concentrarsi sulle persone che provano a rientrare e a costruirsi un futuro al Sud. «Oggi più che mai dobbiamo insistere sull’inversione di rotta, ora che c’è più consapevolezza e che nascono sempre più realtà per la lotta alla restanza», conclude. In questo filone si inseriscono progetti come quelli delle associazioni Nun si Parti e Scuola di Restanza e Futuro. Entrambe nascono da comunità di giovani palermitani che vorrebbero ribellarsi «all’emigrazione forzata» – come la definisce Giovanni Castronovo di Nun si Parti – cercando di costruire realtà collettive e orizzontali che, tramite presidi, workshop e laboratori artistici, cercano di «invertire la tendenza, per scongiurare il deserto prima che sia troppo tardi».




