«Non dovevano disboscare, ma l’hanno fatto». Si può riassumere così la fase in cui si trova la vicenda dei Boschi che resistono, l’assemblea che da oltre due anni lavora per combattere l’avanzamento dei cantieri della linea Tav a Vicenza, evidenziandone i rischi ambientali, sociali e per la salute umana.
Il progetto è quello di un’altra linea dell’alta velocità, gestito da Iricav Due e WeBuild, che dovrebbe collegare Verona e Venezia passando per Vicenza. La linea è divisa in tre lotti: questa storia riguarda il lotto numero 2, che attraversa Vicenza tagliandola in due parti (est e ovest) colpendo due aree verdi a un chilometro di distanza, il bosco Lanerossi e il bosco di Ca’ Alte. L’idea è raddoppiare i binari dell’attuale ferrovia per 6,2 chilometri, accompagnandoli a circa 30 chilometri di nuove strade asfaltate. Per arrivare a questo obiettivo, la prima versione del progetto prevedeva l’abbattimento di 11.000 metri quadrati di bosco da sostituire con l’area del cantiere temporaneo. Un processo che – denuncia l’assemblea dei Boschi che resistono – fin dall’inizio è stato poco trasparente: «Dopo aver recuperato i documenti con gli accessi agli atti, abbiamo scoperto che chi doveva valutare le aree non era neanche entrato» nell’area stessa, si legge in una dichiarazione dell’assemblea. Le aree sono state considerate «a basso valore ecosistemico» per la “sola” presenza di carpini e pioppi; secondo i rappresentanti dell’assemblea, il bosco contiene almeno 75 specie arboree di interesse, come un esemplare secolare di Liquidambar styraciflua.
Una volta approvato il progetto, l’assemblea è entrata nel bosco per impedirne la distruzione: per mesi, a partire dal 2023, la comunità ha portato avanti un presidio permanente con corsi, laboratori e riunioni per tenere il bosco vivo e impedire l’avvio del cantiere che ne avrebbe comportato la distruzione. Una presenza costante e combattiva, che ha portato un primo risultato: il Lanerossi è scampato al disboscamento (l’annuncio ufficiale è stato a luglio 2025) e a dicembre l’area è diventata ufficialmente proprietà del Comune. In quell’occasione è stato deciso che la nuova strada dell’Arsenale (la superstrada prevista dal progetto per potenziare il traffico verso la stazione) affiancherà il bosco, costeggiandolo, senza distruggerlo. Si è trattato di un risultato importante anche dal punto di vista simbolico: il tema è diventato di importanza istituzionale quando si è capito che, nel contesto di una grande opera, non può essere tralasciato ciò che è importante per la comunità in termini di ambiente naturale e di spazi comuni.
Fino al 16 gennaio 2026, quando le ruspe sono entrate e hanno eliminato il 45 per cento dell’area. Questo atto, spiega Marco Zilio dell’assemblea dei Boschi che resistono, segna una «violazione degli accordi»: le aziende avevano accettato di spostare il cantiere «ma non l’hanno fatto, anche se avrebbero dovuto lasciare intatti circa 2.500 metri quadrati (più o meno mille alberi). Pensiamo che l’abbiano fatto per proseguire le loro lavorazioni: chiaramente è un problema vedersi ristrette le aree di cantiere. Ma se avessimo saputo che intendevano disboscare, non l’avremmo permesso e li avremmo bloccati». Gli attivisti ritengono che «Iricav Due non sia stata del tutto sincera con la città», anche se resta molto difficile verificarlo perché secondo gli attivisti l’azienda non ha fornito risposte complete: «Non vuole interagire con l’assemblea dei boschi», commenta Zilio. Il tutto mentre gli attivisti lamentano la difficoltà ad accedere agli atti pubblici, in particolare alla progettazione e ai protocolli esecutivi. Questo episodio modifica l’atteggiamento della comunità e dell’assemblea: ora che si teme che le promesse verranno disattese, «con l’altro bosco non si avrà un atteggiamento così morbido».
«L’altro bosco» è quello di Ca’ Alte. Zilio spiega che «è ancora presidiato: ci sono le casette e ci faremo delle attività durante la primavera», ricordando che il comitato di quartiere propone un progetto alternativo con pista ciclabile al posto dell’autostrada per disincentivare l’uso dell’automobile, considerando sufficiente la presenza in città di strade per raggiungere la stazione. A gennaio il sindaco ha menzionato per la prima volta la possibilità di spostare il cantiere di Ca’ Alte, come era stato fatto per il Lanerossi. Una promessa che però appare insufficiente, per cui gli attivisti promettono di farsi trovare preparati.
L’impatto ambientale e sociale
La presenza di un cantiere così grande è un problema anche per la salute complessiva del posto. Il tema delle polveri sottili e dell’inquinamento delle falde acquifere è particolarmente sensibile per la città di Vicenza, una delle più inquinate d’Italia, con una storia di lotta contro la contaminazione da Pfas. A ciò si aggiunge un nuovo, imponente cantiere, collegato a rischi di infezioni polmonari e malattie respiratorie, incremento di tumori e inquinamento acustico. Secondo i dati diffusi dal Comitato ambiente e territorio, il progetto Tav aumenterà le concentrazioni medie annuali di PM10 (polveri sottili) fino a 5 microgrammi per metro cubo, con un aumento massimo delle medie giornaliere fino a 10 microgrammi per metro cubo.
Anche se Iricav Due ha fornito dei dati sull’aumento previsto di PM10, non ha invece fornito «le previsioni sull’aumento delle polveri PM 2,5, le più dannose per la salute», spiega il dottor Francesco Bertola, presidente della sezione di Vicenza dell’associazione Isde (Medici per l’ambiente). «È verosimile che ci sarà un pari o superiore aumento anche di queste, dal momento che una delle loro principali sorgenti di produzione è il traffico veicolare: è ovvio che questo aumenterà, data la portata dei cantieri», aggiunge.
Lo stesso vale per la contaminazione da Pfas, spiega Bertola. «Com’è noto, le acque profonde di vicenza sono inquinate da Pfas. I Pfas possono essere dispersi nell’ambiente in vari modi, qualora Iricav Due adoperi queste acque profonde come sorgente di acqua per uso industriale nei propri cantieri». Ricordiamo che sia le PM che i Pfas sono riconosciuti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come sostanze certamente cancerogene. Un altro problema riguarda i livelli di rumore, che potrebbero superare i 60 o i 70 decibel: valori considerati illegali, per cui servono deroghe speciali.
L’altro aspetto è legato alla residenzialità: il progetto prevedeva l’abbattimento di alcune case, richiedendo il trasferimento dei residenti. Zilio denuncia che «da dicembre 2024 a luglio 2025, almeno una ventina di famiglie non sono riuscite a trovare un’altra sistemazione»: mentre i proprietari sono riusciti nel 70 per cento dei casi a raggiungere un accordo, una parte delle famiglie che invece erano in affitto hanno incontrato più difficoltà. L’assemblea è intervenuta insieme al sindacato Adl Cobas «per includere nei tavoli di trattativa tra Comune e l’azienda Iricav Due anche l’impegno di quest’ultima a ristrutturare case di edilizia residenziale inagibili per consegnarle alle famiglie in sfratto, tramite l’assegnazione gestita dal Comune». In base all’accordo, il prezzo dovrà essere lo stesso pagato per l’affitto precedente. Questo elemento è considerato importante perché al momento in città i prezzi degli affitti «stanno schizzando alle stelle», anche a causa della ristrutturazione del cosiddetto villaggio americano (le residenze per i militari della base statunitense di Ederle).
La comunità che in questi anni ha protetto il bosco è determinata a continuare a farlo. «Ma dobbiamo capire quali implicazioni avrà il decreto sicurezza», conclude Zilio. Nel nuovo pacchetto sono previste multe da migliaia di euro anche per resistenza fisica e mancato rispetto degli ordini degli agenti. «Vedremo cosa succederà se l’ordine sarà quello di spostare i nostri corpi per fare spazio alle ruspe», conclude l’attivista.




