È mercoledì otto aprile. Sara, una ventiduenne libanese che studia interpretariato, deve raggiungere la capitale, Beirut, per una sessione di formazione in vista del tirocinio. Gli attacchi in corso tra Israele e Hezbollah rendono la sicurezza delle strade incerta, così decide che farà pratica da casa. Dalle 14:14, le forze armate israeliane colpiranno Beirut con più di cento ordigni in meno del tempo di lettura di questo articolo. Per Associated Press sarà l’attacco con più vittime dalla ripresa degli scontri. Sara, intanto, è nella sua cabina di interpretazione virtuale: ReBooth.
«Quasi ogni persona che conosco ha visto un’esplosione davanti a sé», ricorda Sara. «Mio padre mi ha inviato una foto mentre era al lavoro: ne era appena avvenuta una davanti al suo edificio». Senza ReBooth, Sara e le sue amiche sarebbero potute rimanere «bloccate in un luogo pericoloso». Quel giorno, per arrivare alla lezione, bisognava non uscire di casa. Gli edifici vengono bombardati e crollano. Non hanno la decenza di aspettare che le lezioni finiscano.
ReBooth è una piattaforma browser-based e open source sviluppata a Bologna nel 2020, quando il Covid-19 ci aveva convinto che se non potevamo stare insieme, almeno potevamo fingere di farlo davanti a uno schermo. Il tecnico informatico Gabriele Carioli e la professoressa di interpretazione Nicoletta Spinolo si siedono e pensano: come si insegna a tradurre da una cabina se la cabina non c’è? Si fa finta che ci sia.
Il meccanismo è semplice: un professore apre una sessione in una cabina virtuale, riunisce un gruppo di studenti e condivide un audio o un video; loro interpretano e poi ascoltano la registrazione della propria voce, riconoscendo gli errori commessi. La possibilità di caricare i file sul dispositivo dello studente prima dell’inizio della sessione consente la riproduzione in qualità originale anche quando la connessione è instabile. È pensata per condizioni in cui l’eventualità più grave è non avere la cabina. Non il cielo che ti cade addosso, o tuo padre che manda foto di esplosioni dal lavoro.
Così, quando le università ucraine vengono depotenziate a causa dell’aggressione russa, il direttore della V.N. Karazin Kharkiv National University inizia a collaborare con i docenti italiani, permettendo di utilizzare ReBooth anche ai propri studenti. Poi, a inizio marzo, mentre l’università di Kharkiv osserva un giorno di lutto per l’attacco a un palazzo residenziale, ReBooth entra in funzione anche all’École de traducteurs et d’interprètes dell’Université Saint-Joseph di Beirut, in Libano. È ciò che l’Università di Bologna chiama continuity in education: la continuità dell’istruzione. Che significa che una struttura può essere distrutta in un giorno; quello che ci si faceva all’interno, più difficilmente.
A Kharkiv, Yekateryna, 22 anni, continua a studiare così. Dalla propria camera, mentre Masya, la sua gatta quattordicenne, dorme sul letto. Non ha mai visto una vera cabina di interpretazione, quelle di vetro delle conferenze internazionali. La sua cabina è una finestra del browser, aperta dalla scrivania; davanti, una finestra dà sul cielo della città più vicina alla frontiera russa tra le grandi città ucraine. Sullo schermo, accanto alla lezione, resta il canale Telegram che la avvisa degli attacchi. «Controllo se ci sono nuovi messaggi. Se non c’è pericolo, continuo a studiare».
La nostra videochiamata avviene in inglese, come faremo con Sara e Sofiia. Da questa parte dello schermo non è un cavallo di battaglia, come non lo è qualunque lingua che non sia l’italiano. Le chiediamo di scandire le parole e ci giustifichiamo diffondendo la responsabilità: nello stivale, English is a critical issue. Yekateryna è gentile e comprensiva. Rallenta, consapevole del vantaggio che ha chi lavorerà con l’inglese e il francese, studia in ucraino e in famiglia parla il russo. Un russo che è la lingua dell’infanzia, della città, delle persone amate. E anche dell’aggressore: la guerra trova il modo di ferire anche con le parole. Anche se «parlare russo non significa voler essere russi» né, tantomeno, «aver voluto questa invasione», sottolinea.
Una cabina d’interpretazione fisica è costruita per difendere chi interpreta dal rumore: gli standard europei suggeriscono che debba essere insonorizzata, illuminata, ventilata, con la vista sul relatore. Yekateryna, invece, deve separare la voce in cuffia dalle sirene, dai droni, dalla paura, dalla consapevolezza che fuori il mondo brucia, da tutto quello che una cabina di vetro non potrebbe mai proteggere, perché nessuna cabina potrebbe.
Ha trascorso in presenza soltanto un mese e mezzo di università. Prima il Covid-19, poi l’invasione: al 29 luglio, l’Unesco conta in Ucraina 4.650 istituzioni educative danneggiate o distrutte dall’inizio della guerra. Più di ottocento solo nella regione di Kharkiv, dice il ministero dell’Istruzione. Tra queste, la Karazin, che ha provato a proteggere la formazione anche con l’architettura, aprendo uno spazio protetto, insieme rifugio e hub didattico.
La formazione di Yekateryna finisce per essere interamente online. Nei primi mesi sposta la scrivania lontano dalla finestra della propria camera. «Avevo paura che dopo un’esplosione mi sarebbero finiti addosso pezzi di vetro». Poi la rimette al suo posto. «Non si può stare per sempre lontani dalla propria finestra». Ci rivolgiamo uno dei quei sorrisi che si fanno senza separare le labbra.
Quando gli studenti sono in pericolo, i docenti suggeriscono di collegarsi da un luogo più sicuro oppure di lasciare la lezione. A volte prende il computer e si ripara in corridoio. Ci sono lezioni che finiscono con una campanella e altre con un allarme. Sa che non può vivere soltanto nella sua stanza, tra i libri. «Per la mia salute mentale», dice. Con il tempo, la paura di uscire si è attenuata. Prima di lasciare casa, però, controlla «se ci sono rifugi antiaereo nelle vicinanze». A Kharkiv ce ne sono molti, «per fortuna». Incontra i suoi amici, camminano per la città. Se vedono un drone volare, si nascondono e attendono. Parlando, ci concentriamo sui suoni al punto che, quando un elicottero passa sopra Milano, ci chiediamo se attraverso lo schermo lei possa scambiarlo per un drone nel suo cielo.
Sofiia, 21 anni, ha una storia diversa. Quando inizia l’invasione si trova nel suo villaggio d’origine, a tre chilometri dal confine russo, perché c’è il lockdown e sua madre vive lì. Le forze armate del Cremlino lo occupano e scompaiono «acqua, corrente elettrica e connessione». Per settimane non sa cosa stia accadendo a Kharkiv, la città in cui studia. Non sa se l’università esista ancora, se i suoi amici siano al sicuro. I russi permettono di muoversi solo verso il loro territorio, ma Sofiia sceglie di fuggire attraversando la foresta, insieme alla sua famiglia. Vive in diverse città. Poi, quando la situazione migliora, ritorna in quella che fu la prima capitale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. «Non potevo stare altrove», dice. «Se non ci sono persone in città, la città muore».
Oggi vive in un quartiere a nord con il marito, che è un soldato, come suo padre, lo zio e il cugino. A volte torna quando lei sta già dormendo. «Quando riusciamo a guardare un film insieme è un successo». Non un film bello né lungo, o il film che volevano vedere. Un film. Sul telefono osserva spesso una mappa delle incursioni aeree: nella sua zona, ci mostra, l’allarme può suonare quando il bombardamento è già cominciato, perché il confine è molto vicino e i missili arrivano in minuti, «a volte in secondi». Durante la giornata ha un paio di lezioni, studia inglese e tedesco e prepara la tesi sui dispositivi digitali per l’interpretazione a distanza. Per staccare, fa yoga.
La prima volta che apre ReBooth non riesce a farlo funzionare e controlla le impostazioni finché non scopre che bisogna utilizzare Chrome. Ma lei è una «Safari girl». Ci ritroviamo sotto l’etichetta delle mele e pensiamo che ventun’anni restano ventuno pure quando tutto brucia. Inizia a collegarsi dalla casa della nonna, in montagna. Si rende conto che ReBooth registra tutto durante un episodio che sente ancora vivo, con imbarazzo: un giorno, mentre studia in soggiorno, la nonna entra e urla qualcosa a gran voce. «I was like… my God». La memoria ha questo strano senso dell’umorismo: conserva benissimo le figuracce e perde con una certa facilità tutto il resto. Perfino la guerra, messa a confronto con l’imbarazzo di essere registrata mentre la nonna urla, arretra un poco. Il cervello decide cosa sia effettivamente intollerabile.
Il primo agosto, a Kharkiv, due droni colpiscono il deposito dell’editore Ranok, vicino alla casa di Sofiia, che assiste all’attacco. Vanno distrutti circa otto milioni di libri, fra cui seicentomila testi scolastici, riporta Reuters. «Tutto stava andando a fuoco», ci racconta qualche giorno dopo l’accaduto. «Abbiamo sentito l’odore del fumo per veniquattro ore». Potremmo dire che Sofiia e Yekateryna si impegnano a trasformare parole anche mentre le parole diventano cenere, ma in realtà non lo fanno per chissà quale causa maggiore. E va bene così. Lo studio le aiuta a sostenere i primi tempi della guerra. «Tutto quello che dovevo fare era sedermi e fare i compiti», ricorda Yekateryna. «Kharkiv lives and works». Харків живе і працює. È scritto in giro per la città.
Anche Sara, dal Libano, sente che quando indossa le cuffie e inizia a interpretare «è come se fuori non esistesse nulla». Perfino il rumore dei droni sparisce per la durata dell’esercizio. Anche se non è una cura né una fuga definitiva, la concentrazione le restituisce, per qualche minuto, un margine di controllo. Per lei interpretare significa «lasciarsi attraversare dalla personalità di chi parla senza mettere in mezzo la propria» e mostrare chi è la persona che sta parlando. «La differenza tra Macron e Trump riguarda meno quello che dicono e più il modo in cui lo fanno», pensa.
La storia contemporanea del Libano è ben diversa da quella ucraina. Il conflitto tra le milizie di Hezbollah e Tel Aviv si intensifica in un Paese già messo in ginocchio dall’esplosione al porto della capitale nel 2020, dalla pandemia e da una delle crisi finanziarie più gravi della storia moderna, tanto che la lira libanese ha perso il 98 per cento del suo valore. Un Paese che, dall’accordo di Taif del 1989, distribuisce il potere politico tra le sue diciotto diverse comunità religiose, ma negli ultimi anni ha visto incrinarsi anche questo equilibrio.
Dal 2019 al 2023 gli studenti perdono più giorni di scuola di quanti ne frequentano. Si prevedono deficit nell’apprendimento e la World Bank stima tre milioni di dollari di perdita economica futura per ogni giorno non frequentato. Che poi è un dato pure un po’ secco, ma bene che ci sia, ché altrimenti nessuno sgranerebbe gli occhi.
Durante la laurea in traduzione, Sara prova «il brivido» di sentirsi nel posto giusto. Succede durante un corso di interpretazione, così decide come continuerà gli studi. A casa parla arabo; con gli amici alterna, nella stessa frase, arabo, inglese e francese. Sono così abituati a mescolare le lingue che «diventa difficile quando siamo costretti a usarne una sola». Come ora: mentre di qua facciamo fatica a usare l’inglese, lei fa fatica a usare solo l’inglese. Considera la lingua per ciò che permette di esprimere. «Ci sono due forme di arabo: quello standard e il dialetto, che usiamo quotidianamente. Non tutti i sentimenti trovano spazio in una sola lingua».
Quando l’ateneo gesuita di Beirut sospende le lezioni in presenza, le dà accesso a ReBooth. L’impossibilità di vedere i compagni è però solo una delle difficoltà che Sara racconta. E non è la sola. Con lei ci sono altre migliaia di giovani che provano a studiare mentre la vita sembra dir loro che non importa. Lo conferma uno studio condotto nel 2024 su 3.430 studenti dell’American University of Beirut. Il 77,3 per cento di loro riferiva un’incapacità significativa o totale di concentrarsi sugli studi; quasi uno su due aveva accesso soltanto parziale alle risorse per studiare, fra connessioni instabili, dispositivi condivisi e costi della rete. Alcuni imparano prima dove nascondersi e poi dove mettere gli accenti.
In alcuni Paesi una crisi termina prima che ne cominci un’altra, ma il Libano non è sempre stato così fortunato. Per Sara «è come se qualcuno ti mostrasse lo stesso loop in cui eri già stato in passato». Non ha paura dell’ignoto, ma di ciò che già conosce. «Sai cosa succederà fin dal primo momento in cui inizia». Suo cugino si è sposato qualche mese fa, ma è stato un matrimonio ristretto. «Doveva essere una festa emozionante e invece, alla fine, c’erano solo metà degli invitati». Il resto di loro non poteva arrivare. O non voleva rischiare. Raggiungere la terra dei cedri dall’estero non è più così semplice. E viverci è «come combattere» per qualcosa che «dovrebbe essere un bisogno di base», dice. Anche invitare i parenti a pranzo è un lusso.
Vorrebbe impegnarsi per raggiungere i suoi obiettivi «senza che la vita venga ribaltata da un giorno all’altro». Non crede che il futuro non esista; la guerra non l’ha convinta di questo. Ma spera in un futuro «che abbia certezze», in cui potrà esplorare nuovi posti e poi «invecchiare qui», dove la gente ha avuto «un trauma condiviso». Allo stesso tempo, ha capito che «non puoi essere resiliente se non trovi il modo di tirare fuori quello che provi». Lo dice mentre ricorda le proteste iniziate il 17 Tishreen (ottobre) 2019, quando la sera le manifestazioni «si trasformavano in una festa» e si ballava. «Beirut is full of life».
«La cosa peggiore è ridurre un popolo alla sua sofferenza», sostiene. Capiamo che è un desiderio che non riguarda solo lei. «Siamo persone con speranze, che vogliono costruire un futuro migliore». È ciò su cui riflettiamo nei giorni successivi alla nostra chiacchierata, chiedendoci come evitare che la nostra trascrizione dei suoi spaccati di vita possa restituirle tutto il contrario di ciò che qualsiasi popolazione meriterebbe: dignità.
La professoressa dell’Università di Bologna Mariachiara Russo è convinta che chi ha responsabilità non possa accettare la «normalizzazione della violenza». Che debba, inoltre, provare a preservare la continuità dell’istruzione (quella di cui si parlava poco fa) anche quando gli edifici sono inagibili e la sicurezza è a rischio. ReBooth permette alle università che hanno perso edifici di non perdere anche lezioni.
Da questa parte di mondo, mentre di là le cose accadono, abbiamo la tentazione di creare simboli di forza, affinché ci insegnino qualcosa o forse ci siano di ispirazione, o giù di lì. È il nostro bisogno, non il loro. Carichiamo sconosciuti del peso della morale e li priviamo del diritto di raccontarsi come qualcuno che voleva solo studiare in pace e adesso lo fa sotto le bombe. Ma Yekateryna non è una ragazza forte perché controlla Telegram prima di una lezione. Sarebbe più giusto che non dovesse farlo. Sofiia non è una metafora della ricostruzione perché è tornata a Kharkiv. È una studentessa che vuole laurearsi. Sara non è soltanto una testimone della crisi libanese. Vuole progettare un futuro.
C’è qualcosa di ingiusto nel chiedere a chi ha perso tutto di dimostrare quanto è forte. Non tutti vogliono essere forti; è la vita che, per quanto può, continua a farsi spazio. Non sappiamo se Yekateryna, Sofiia e Sara vogliano esserlo. Forti, si intende. Fanno solo quello che i giovani fanno quando non muoiono: vivono un giorno, poi il prossimo. E litigano con Safari.





