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L’antimeridionalismo non muore con Umberto Bossi

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La dipartita del fondatore della Lega Nord ha riacceso i riflettori sull’odio e sugli atteggiamenti discriminatori nei confronti di chi proviene dal Sud Italia. Sebbene radicato nel contesto sociale italiano da più di un secolo, l’antimeridionalismo non è mai stato davvero affrontato, subendo piuttosto processi di normalizzazione

Lo scorso 19 marzo, i mezzi di informazione hanno messo in pausa il vortice di articoli e contenuti relativi al referendum sulla giustizia per annunciare la dipartita di uno dei personaggi politici italiani più influenti degli ultimi trent’anni: Umberto Bossi. Morto a 84 anni nell’ospedale di Varese, il Senatùr è ricordato per esser stato molte cose: da padre fondatore della Lega Nord a critico accanito della corruzione del governo. Nella Seconda repubblica fu il primo alleato di Silvio Berlusconi e poi colui che ne causò la caduta da presidente del Consiglio. Ma, sopra ogni cosa, Umberto Bossi è stato il volto dell’antimeridionalismo. Un sentimento discriminatorio, tradotto in propaganda politica e proposte elettorali che contemplavano il secessionismo della Padania dal resto d’Italia. Una postura che, in qualche misura, ha raggiunto una sua istituzionalizzazione. 

Il rancore nei confronti del Mezzogiorno non è invenzione di Bossi (lui l’ha saputo sfruttare): si tratta di un fenomeno intrecciato all’Italia dalla nascita della nazione. Per questo, l’antimeridionalismo non muore insieme a lui. Esso negli anni ha subito un processo di evoluzione che l’ha portato, in alcuni contesti, a essere normalizzato. È talmente presente nella vita di tutti i giorni che, su un quotidiano nazionale come Libero, si è ritenuto possibile definire «ceti improduttivi» i milioni di meridionali all’indomani della sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia. O vedere contestata con fischi e schiamazzi la richiesta di scuse che il consigliere del Comune di Milano Michele Albiani ha rivolto ai cittadini del Sud in seguito al minuto di silenzio commemorativo per la morte del leghista. O, ancora, da poter leggere commenti pieni di disprezzo a post e contenuti social quando nelle regioni del Sud Italia si verificano catastrofi naturali. Indimenticabili i pronostici di distruzione della città di Napoli sotto i video delle scosse di terremoto ai Campi Flegrei e le accuse di abusivismo, mentre interi comuni sulle coste calabresi, siciliane e sarde venivano spazzati via dal ciclone Harry

Solo negli ultimi anni si sta iniziando a vedere l’astio verso il Sud per quel che è: una forma di oppressione sistemica, riconducibile alla matrice coloniale. Come sottolinea Valentina Amenta, ricercatrice siracusana presso l’Università per Stranieri di Siena, autrice ed esperta di meridionalismi, il Sud – o i Sud, in quanto insieme plurale di realtà affini ma non totalmente identiche – va analizzato secondo il filtro della subalternità tipico delle prospettive coloniali. In merito, sono significative le analisi del ricercatore e autore Carmine Conelli che, ne Il rovescio della nazione, spiega come il concetto stesso di un Meridione arretrato e barbaro sia stato costruito fin da subito come come elemento “diverso”, “altro” da quel Settentrione che incarnava invece gli ideali di progresso e civiltà tipici delle popolazioni moderne. Proprio in virtù di questa superiorità, è stata legittimata la necessità di conquistare il Mezzogiorno, per liberarlo e rigenerarlo dall’esterno. Amenta specifica infatti che «alla stregua di altre discriminazioni strutturali come, ad esempio, il machismo, l’omotransfobia e il razzismo, la sopraffazione che il Mezzogiorno subisce non riguarda casi isolati o singoli episodi, ma è legata a un sistema che si sostenta sull’oppressione stessa». 

Inoltre, il fatto che si tratti di una discriminazione interna, rivolta quindi a cittadini della stessa nazione, ha condotto a forme di legittimazione da parte dell’opinione pubblica: «Se, già a partire dal Settecento, si è costruito un immaginario che vede il Sud come arretrato, incivile, incapace di prendersi cura di sé e che ha bisogno che qualcun altro decida per questi, è normale che questa visione si radichi e diventi senso comune». Ciò ha comportato l’impossibilità di affrontare il problema in modo strutturato, lasciando spazio a pregiudizi che hanno disegnato il Mezzogiorno come «una forma incompiuta di Nord», come la definiva il sociologo Franco Cassano: un’area arretrata che i settentrionali avrebbero dovuto civilizzare. Questo, oltre ad alimentare il sentimento antimeridionale, ha contribuito ad attivare quelle dinamiche di interiorizzazione persino tra gli stessi soggetti discriminati. È quello che succede a chi, una volta emigrato, rinnega le proprie origini, modifica il proprio accento e si conforma al sistema valoriale dominante. Questo approccio viene analizzato da Amenta, che spiega come «l’interiorizzazione dell’oppressione sia in realtà un meccanismo molto umano: guardarsi con gli occhi di chi ti oggettifica e ti disprezza è un modo per potersi innalzare e sentirsi “speciali” rispetto alla subalternità cui si è rilegat3». Non è scontato che chi subisce discriminazioni le riesca a riconoscere per quel che sono e reagisca in modo consapevole. Spesso, la via dell’interiorizzazione è più semplice. Tra l’altro fino a pochi decenni fa – e in parte ancora oggi – persino in ambienti che si dichiarano progressisti e di sinistra serpeggiava l’astio verso le persone del Sud. «Si parla di antimeridionalismo in maniera chiara e completa da relativamente poco tempo, nonostante la questione meridionale esista da più di cento anni: non è stata ancora del tutto assimilata dai movimenti di sinistra», spiega Amenta. La ricercatrice aggiunge che sebbene «storicamente l’antimeridionalismo è stato associato al fenomeno del classismo, non sono questioni del tutto sovrapponibili. Serve quindi che la sinistra si interroghi in maniera più completa e più complessa sull’argomento». 

Oggi le lotte sociali e civili iniziano a dialogare tra loro seguendo lo sguardo intersezionale per cui ogni lotta è connessa all’altra: una prospettiva essenziale per lo sviluppo di una coscienza meridionalista sempre più in crescita, anche grazie alla nascita di movimenti critici e dal basso. La strada per elaborare e contrastare l’odio antimeridionale è ancora lunga e tortuosa e necessita di essere inclusa nel dibattito pubblico come fenomeno collettivo e politicizzato. O, per dirla con le parole di Amenta, «bisogna che definirsi terron3 sia sempre più un posizionamento politico».


In questo articolo si è mantenuta la schwa (sing. ə; plur. 3) come terminazione inclusiva nel rispetto delle richieste dell’autrice Valentina Amenta, in quanto ricercatrice attenta ai linguaggi intersezionali e di queerness.

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