Per Josi Gerardo Della Ragione, sindaco di Bacoli, la spiaggia del suo comune racconta qualcosa di più grande: il rapporto tra ciò che è pubblico e ciò che negli anni è stato sottratto alla collettività. Ma, a volte, non sono solo i privati ad approfittarsi dei beni pubblici
Che rapporto ha Bacoli con il mare?
«Come tutte le penisole, siamo fortemente legati al mare e alle spiagge. Per noi la spiaggia non è semplicemente un luogo di diletto: è parte della comunità. È anche lavoro, occupazione, vita quotidiana per tante famiglie; per i pescatori e non solo».
Da dove nasce lo scontro sui lidi militari di Miseno?
«A Bacoli abbiamo circa 70mila metri quadrati di spiaggia dati ai militari, che oggi gestiscono cinque stabilimenti balneari. Quelle aree erano state concesse per finalità militari e per la difesa di interessi nazionali. La difesa della nazione, però, non credo si faccia con il secchiello, la sedia a sdraio e l’asciugamano.
Da mesi abbiamo avviato un’azione più incisiva per chiedere che una parte considerevole di quello spazio, circa 25mila metri quadrati, venga restituita alla comunità. Di fronte a questa richiesta, la risposta è stata anche un cartello inquietante a pochi metri dalla battigia, con l’immagine del soldato con il casco e il mitra: “Divieto di accesso: area militare”. Va oltre ogni immaginazione.
Noi contestiamo il principio: si può dare uno spazio ai militari per necessità reali, ma non può essere così grande e non può diventare, di fatto, un altro stabilimento balneare. Per questo, se non troveremo un punto di mediazione, andremo avanti anche per vie legali e amministrative».
Lei dice che il problema non è solo l’abusivismo, ma l’abitudine all’abusivismo. Che cosa intende?
«Per anni, pezzi di città sono stati distribuiti a pochi. Abbiamo avuto spiagge occupate, concessioni opache, strutture nate come piccoli chioschi e diventate capannoni, baracche o ristoranti. Negli anni Duemila, con una delibera del consiglio comunale, buona parte delle strutture balneari è stata concessa a un privato non tramite un avviso o un bando pubblico, ma inquadrandola come abusivo storico. Maggiori erano le denunce ricevute per abusivismo, maggiori erano le possibilità di ottenere spazi.
Il punto è che tutto questo non veniva più percepito come un dramma. Era diventato normale. La nostra missione è stata togliere gli abusi, allontanando i privati che occupavano gli spazi e restituirli alla comunità. Quando la gente ha cominciato a viverli, li ha sentiti propri: ora ci fa picnic, gioca, legge, porta i bambini.
Ma per cambiare servono regole chiare. Dopo 47 anni abbiamo approvato il Piano urbanistico comunale. Ora stiamo lavorando al Piano di utilizzo delle aree demaniali. Se una regola non è scritta, la dà a voce il politico di turno. E così un diritto diventa un favore».
Perché Villa Ferretti è diventata il simbolo di questo cambiamento?
«Villa Ferretti è l’immagine più chiara. Era un bene conquistato dalla camorra, poi confiscato nel 1997. Prima della confisca, il proprietario permetteva ai residenti di fare il bagno in una piccola spiaggia. Poi l’immobile è rimasto abbandonato per anni e nella comunità si era creata l’idea che “orse fosse meglio prima, almeno si faceva il bagno.
Abbiamo risposto investendo: abbiamo trasformato un parcheggio abusivo in parco pubblico, realizzato un teatro all’aperto da mille posti, recuperato un’area archeologica, aperto una passeggiata dedicata ai Cento passi. Oggi lì ci sono la soprintendenza, l’università, attività legate all’archeologia e alla biologia marina. Villa Ferretti dimostra che il cambiamento è possibile quando il Comune diventa motore e le istituzioni lavorano insieme».





